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martedì 5 aprile 2016

La teoria del tutto: finché c'è vita, c'è speranza

Bonjour bijoux! Per restare in tema con il film precedente ho pensato di richiamare una pellicola, che come l'altra, è stata candidata agli Oscar lo scorso anno e ha ottenuto la statuetta per il Miglior Attore Protagonista. Facile indovinare no? Esatto, si tratta di La teoria del tutto di James Marsh.
Nel 1963 all'Università di Cambridge Stephen Hawking è un giovane cosmologo intento a trovare un'equazione unificatrice per spiegare la nascita dell'universo. Di lì a poco una terribile malattia degenerativa compare nella sua vita segnandone tutto il successivo percorso. Stephen però non è solo; Jane, studentessa di lettere conosciuta a una festa, diventa la sua ancora, il suo sostegno nonché sua moglie. Sarà lei a farsi carico della sua malattia accudendolo e aiutandolo quando non potrà più muoversi da solo. Diviso tra la famiglia e la malattia Stephen porta avanti nonostante tutto il suo lavoro presentando alla comunità scientifica la sua teoria sull'origine e la fine dell'universo; è solo l'inizio di un grande cammino.
Ci sono voluti tre anni per convincere Jane Wilde Hawking, ex moglie di Stephen, ad accettare la proposta della realizzazione di un film tratto dalla biografia "Verso l'infinito" che lei ha scritto sulla loro vita insieme. Alla fine però ha acconsentito dando il via libera a regista e sceneggiatore per l'inizio dei lavori. La teoria del tutto è infatti il primo film a raccontare sul grande schermo la vita di Stephen Hawking celebre fisico, astrofisico e cosmologo che ha rivoluzionato il mondo scientifico e non solo con le sue idee e la sua determinazione. Va specificato fin da subito che la pellicola di Marsh è soprattutto un'opera che privilegia l'aspetto personale, emozionale della vicenda di Hawking; tutti sono a conoscenza delle sue fenomenali scoperte scientifiche, ma non sanno cosa c'è dietro. Scopo è quello di provare a mostrarlo... Ecco quindi comparire sullo schermo un giovane Stephen in piena salute che si muove nei corridoi di Cambridge in cerca di prove per i suoi studi oppure che balla e si diverte alle feste; proprio ad una di queste incontra Jane, l'amore della sua vita. Sarà il forte rapporto con la ragazza a dargli il sostegno necessario quando scoprirà la malattia degenerativa che l'ha colpito; o meglio, sarà Jane a prendere in mano la situazione smuovendolo dall'isolamento in cui si è buttato, mostrandogli il modo di lottare per non farsi schiacciare. 
Quello che qui conta è mostrare i sentimenti, cuore pulsante della storia, che esistono tra Jane e Stephen, sentimenti che perdurano nel tempo anche quando l'uomo non potrà più comunicarli a parole. Saranno gli occhi (specchio dell'anima) a trasmettere a chi guarda il film tutto il mondo interiore di una delle personalità più importanti dell'ultimo decennio.
Interpretare un personaggio quale Stephen Hawking non è cosa assolutamente facile, soprattutto per un attore giovane, ma Eddy Redmayne, a cui è stata appunto affidata la parte, compie un notevole lavoro su se stesso. Trascorre mesi a studiare attentamente ogni intervista, filmato o documentario per osservare le espressioni e il modo di relazionarsi dello scienziato; lo incontra rimanendo completamente colpito dalla vastità di sentimenti presenti nei suoi occhi. Lo stesso Hawking assiste l'attore più volte sul set durante le riprese per aiutarlo a rendere al meglio l'idea del deterioramento del corpo giorno dopo giorno, mantenendo vivo però il carattere arguto, spiritoso e effervescente notoriamente conosciuto. 
Quello che viene di fatto proposto è un stupendo esempio di vita vissuta al massimo (tuttora in corso) nonostante le difficoltà; famosa è a riguardo la frase pronunciata da Stephen durante un incontro con il pubblico che racchiude perfettamente tutto il suo essere: "finché c'è vita, c'è speranza".
                                                                                                                                      4 e mezzo 

sabato 9 gennaio 2016

Woman in gold: quando l'arte prende vita

Bonjour mes chères! 
Iniziamo il 2016 con qualcosa di particolare; un film legato all'arte, estremamente intimo, ma allo stesso tempo legato al destino di un intero stato. Si tratta della storia vera di una donna che vuole riavere ciò che le spetta di diritto, un'opera sottratta ingiustamente alla sua famiglia molti anni prima e che ora cerca di ritornare dove dovrebbe essere.. Il film è diretto da Simon Curtis ed il titolo è Woman in gold
Maria Altmann è una donna anziana, che da tempo vive negli Stati Uniti dove si è rifatta una vita con quello che le restava della sua famiglia. Sembrerebbe una persona come tante altre, moglie, madre, sorella, ma cinquant'anni prima qualcun'altro la vedeva come una figura "scomoda", da eliminare dalla società e rinchiudere in un campo di concentramento. Maria Altmann è ebrea e gli ebrei residenti in Austria nel periodo del nazismo sono considerati un problema; tutte le loro ricchezze vengono requisite diventando proprietà del Terzo Reich e di chi ne fa parte. Tra tutti questi beni ce n'è anche uno particolarmente caro a Maria, che la rende suo malgrado protagonista di una vicenda di carattere mondiale. Si tratta infatti di un dipinto realizzato dal pittore Gustav Klimt raffigurante la zia della donna, da qui il titolo di "Ritratto di Adele Bloch-Bauer", noto però a tutti con il nome di "La donna in oro". L'opera è rimasta dagli anni '40 in Austria, custodita indebitamente, ma sembra che uno spiraglio si stia aprendo in quanto lo stato europeo ha deciso di inaugurare una politica di restituzione dei beni artistici rubati dai nazisti ai legittimi proprietari. Così Maria intraprende, con l'aiuto di un giovane avvocato, un iter burocratico per far sì che il ritratto torni a lei, ma scopre che nonostante i buoni propositi l'Austria non è disposta a rinunciare al suo quadro più famoso. Quello che succederà dopo creerà un precedente unico nella storia...
Lo scopo primo del regista nel realizzare quest'opera è quello di portare alla luce una vicenda sconosciuta ai più; non tanto mostrare la crudeltà dei nazisti a scapito degli ebrei (di questo si è parlato ampiamente in molti altri film) e neanche di analizzare il vissuto della protagonista prima che arrivasse in America. Si tratta invece di far conoscere la storia di un quadro, una delle opere d'arte più famose al mondo, realizzata da uno degli artisti più noti e di quanto sia stato difficile farlo tornare al suo unico proprietario. Il dipinto è importante soprattutto per il valore affettivo che contiene in sé; un ricordo dei giorni felici (che riemergono qua e là nel film sotto forma di flashback della protagonista) di un'infanzia passata nel calore di una famiglia numerosa che altro non voleva se non poter stare insieme. E' per questo che Maria decide di intraprendere una battaglia che sa benissimo che difficilmente riuscirà a vincere; una battaglia lunga, faticosa, piena di muri da abbattere e che immancabilmente porta alla luce ricordi dolorosi ormai da tempo confinati nella parte più remota della sua memoria. Tuttavia il desiderio di avere di nuovo con sé quell'ultimo legame con la sua famiglia le dà il coraggio di sfidare uno stato intero. 
Maria, figura coraggiosa e risoluta può essere vista come la "copia vivente" della donna del quadro di Klimt; lineamenti dolci, sguardo fiero, incurante di tutto l'oro che la circonda è pronta a lottare con le unghie e con i denti per riavere ciò che è suo di diritto. Se però lo otterrà non ne farà un vanto, ma bensì lo metterà a disposizione della collettività per essere fruito e goduto da tutti.
Due storie un unico destino; la "woman in gold" di Curtis si alterna continuamente tra Adele, la donna del dipinto, e Maria, sua nipote nonché ereditiera dell'opera, mostrando come arte e vita in realtà sono un'unica cosa.
                                                                                                                                     
                                                                                                                                      3 e mezzo



sabato 10 gennaio 2015

Big Eyes ovvero Burton si è accecato

Bon soir à tout le monde! Qualche giorno fa ho visto un film sul quale avevo posto molte aspettative, non alte, ma pur sempre delle aspettative. Mi dispiace dirlo ma non sono state soddisfatte e la cosa mi rattrista (passatemi il termine) perché l'opera in questione è l'ultima realizzata da uno dei miei registi preferiti... vi dò un aiutino: è un outsider che ha iniziato la sua carriera presso la Disney. Indovinato? Esatto è proprio lui, Tim Burton e il film che mi ha perplesso è Big Eyes.
La pellicola è un biopic basato sulla storia dei coniugi Keane e del loro improvviso successo artistico. Margaret, donna divorziata e con una figlia a carico, dipinge per passione e necessità un'infinita serie di bambini dagli occhi sproporzionatamente grandi che vende, quando ci riesce, a prezzi ridicoli. Questo finché non incontra Walter che sposa poco dopo affidandosi completamente a lui e al suo mondo fittizio basato sulla menzogna. E' lui infatti che vende, grazie alla sua verve dinamica e accattivante, i quadri dei "piccoli orfanelli", come gli definisce, modificando un piccolo quanto importante dettaglio: si appropria del merito... Con gli anni riesce persino a convincere la moglie a credere a ciò, relegandola in soffitta allo scopo di farle dipingere giorno e notte dipinti su dipinti e quando quest'ultimi raggiungono prezzi non più accessibili a tutti si mette a commercializzarne riproduzioni, poster, cartoline e quant'altro. Tutto questo dura per una decina d'anni finché un giorno Margaret, aiutata dalla figlia, non apre davvero gli occhi, quegli stessi occhi che dipinge grandi perché sono lo specchio dell'anima, e se ne va di casa. Non solo! Fa causa a Walter rivelando al mondo intero che la vera artefice delle opere è lei; l'unico modo per dimostrarlo è provarlo pubblicamente...
La storia della vicenda dei Keane è interessante e di sicuro ebbe un effetto mediatico di notevole importanza; la domanda però che io mi pongo è: dov'è finito in tutto questo Tim Burton? Dov'è finito il regista di capolavori come Big Fish, Edward mani di forbice o La sposa cadavere? Sembra, non solo in questo film ma anche in quelli più recenti, che abbia perso la sua bussola interiore, quello strumento che dagli esordi della sua carriera lo ha guidato verso una carriera sfolgorante; non è più (purtroppo) quel bambino che guardando film horror in tv rideva e si divertiva... La vena gotica che ha sempre in qualche modo caratterizzato il suo stile si è affievolita, dove non è del tutto scomparsa, lasciando il posto al grottesco e al banale. L'outsider, suo alter ego sullo schermo, si è integrato nella società che lo rinnegava.
Nello specifico analizzando questa pellicola dal punto di vista stilistico (contenutisticamente invece essendo un'opera biografica si presume che segua fedelmente, almeno al 90%, la vera vicenda) si ha la sensazione che essa sia "piatta", priva di spessore, che manchi di quel qualcosa imprescindibile per attirare l'attenzione - almeno la mia - dello spettatore. Sì, certo i due protagonisti sono grandi attori (per fortuna!), ma vengono ugualmente sviliti nei loro ruoli, ridicolizzati perché portati all'eccesso nei tratti che li contraddistinguono. L'anima di cui parla Margaret quando spiega il perché dipinga solo bimbi con grandi occhi qui non è presente, rimane intrappolata nella tela della pellicola. 
Non so cosa sia successo a quel ragazzino che a 12 anni scelse di andare a vivere con la nonna perché si sentiva ormai incompatibile coi genitori e che adorava terrorizzare i suoi coetanei raccontandogli l'arrivo imminente degli alieni... forse si sarà stufato della settima arte? Non penso, lo spero perché c'è bisogno di figure come lui, il "vecchio" lui, per mantenere attivo il cinema. Io almeno continuo a confidare nelle sue potenzialità..
                                                                                                                                       2 e mezzo


martedì 9 settembre 2014

Beethoven e la sua amata immortale

Bon jour à tout le monde! Finalmente dopo quasi un mese torno a scrivere qui sul blog e, vi prometto, adesso lo farò molto più assiduamente!
Per riprendere al meglio ho pensato di parlarvi di un film che si ispira ad una storia vera (e che storia!) fattomi scoprire da una cara amica interessata di musica. Il personaggio di cui parla l'opera è niente meno che Ludwig van Beethoven mentre il film è Amata immortale diretto da Bernard Rose, lo stesso regista di Il violinista del diavolo di cui ho scritto un paio di post fa.
Beethoven è appena morto nella sua casa di Vienna il 26 marzo 1827 e già i fratelli se ne contendono l'eredità quando, rovistando nella confusione di carte e spartiti, il suo amministratore e amico Schindler scopre una lettera in cui il maestro ha scritto il suo ultimo testamento: "la mia musica e tutte le mie proprietà andranno ad un solo erede... la mia amata immortale". Non c'è però il nome della donna e così, da questo momento, inizia un viaggio a ritroso nel tempo per cercare di scoprire chi è stato il vero grande amore del musicista. Nel suo percorso Schindler si confronta con tre diverse donne, ognuna a suo modo legata sentimentalmente a Beethoven. 
La prima è la contessa Guicciardi che lo incontra ancora adolescente quando il padre lo assume perché le faccia da insegnante di pianoforte; lei lo conosce quando la sordità inizia vincerlo ma nonostante tutto se ne innamora ed è disposta a sposarlo. Sarà il padre ad impedirne il matrimonio per questioni sociali e politiche. Giulia non può quindi essere l'amata immortale della lettera.
La seconda donna della vita del compositore è Anna Marie Erdoby, nobile ungherese e madre di tre figli, trascorre molto tempo con lui e instaura un legame intenso e duraturo fino alla morte del suo primogenito avvenuta in conseguenza di un attacco militare da parte delle truppe di Napoleone che stanno invadendo l'Europa. La separazione tra i due è dolorosa ma in fin dei conti inevitabile. 
Schindler è sempre più spiazzato dalla situazione ma, facendo alcuni riscontri, arriva a Karlsbaad, luogo in cui Beethoven trascorreva del tempo e dove, dopo aver guardato i registri delle presenze, nota la firma di una terza donna, una donna che scoprirà essere l'amata immortale, il tutto, l'alter ego del musicista. Ma quest'ultima donna non sa di essere il grande amore di Ludwig fino a quando Schindler stesso le mostra la lettera scrittale molto anni addietro e, per una serie di sfortunate coincidenze, mai letta.
Rose compie un ottimo lavoro di ricostruzione biografica decidendo solo di svelare a noi spettatori chi fosse questa "amata immortale" che riuscì a sconvolgere profondamente la vita del compositore; nella realtà invece essa rimane tutt'ora ignota. Il regista sceglie inoltre di partire dalla fine, ovvero dalla morte di Beethoven e compiere un percorso a ritroso nella sua vita dal momento in cui la sordità lo prende impedendogli di continuare a godere del successo che gli spetta. E' da questo momento che il musicista inizia ad isolarsi dal mondo, a diventare taciturno, scontroso e a volte violento; la gente, non comprendendo quello che gli sta accadendo, lo giudica negativamente, lo critica e a volte lo deride (soprattutto nei concerti che tiene). Ciò viene mostrato molto bene grazie a interessanti sequenze in cui, per far capire la condizione del musicista, i suoni arrivano a noi che guardiamo il film in maniera molto ovattata, appena udibili; è questa una sensazione molto debilitante, ma che ci dà la percezione del mondo in cui suoi malgrado Beethoven si ritrova a vivere. Da notare la scena in cui, a casa della contessa Guicciardi, mentre suona appoggia l'orecchio al pianoforte per sentire le vibrazioni prodotte dai tasti. Anche se ormai i suoni non sono più udibili egli riesce comunque a percepirli guardando uno spartito o i tasti dello strumento. 
Ecco allora che le figure delle tre donne acquistano un ruolo importante per l'evolversi della sua vita e della sua carriera; ognuna a suo modo lo ama e lo sostiene, portandolo a fare scelte che magari altrimenti non avrebbe mai fatto, giuste o sbagliate che siano. Esse sono tre caratteri completamente differenti tra loro, messi ben in luce dal momento in cui si trovarono a confronto con Ludwig; solo una però riusce a conquistarlo veramente e per tutta la vita.
Il fatto che Rose scelga di mostrarci chi è deviando dalla storia vera non va letto come uno svantaggio per il film, non sminuisce il genere biopic; dà semplicemente la conclusione che tutti bene o male vogliamo: scoprire chi è la donna. Il mistero rimane in ogni caso sempre presente.
Forse però guardando il film ci viene voglia di andare a indagare un po' di più la vita di uno dei maggiori compositori e musicisti del XIX secolo... per chi volesse approfondire vi lascio il link al blog della mia amica Erica che vi dà qualche spunto in più musicale:
http://piccoliviaggimusicali.blogspot.it/2014/10/inno-alla-gioia-5-e-moonlight-1-cult.html?spref=fb
                                                                                                                                                    4

giovedì 26 giugno 2014

Grace: musa del mondo

Bon jour, bon jour! Oggi mi sento particolarmente in vena glamour e il francese direi ci va a nozze! quindi ho pensato bene di portarvi a fare un giro lungo le coste del Principato di Monaco e all'interno del palazzo reale nel periodo attorno agli anni '60 perché voglio parlarvi di un film che ha suscitato parecchie polemiche alla sua uscita: Grace di Monaco diretto da Olivier Dahan.
Come forse saprete la pellicola è un biopic ispirato alla vera storia della principessa Grace di Monaco, moglie del principe Ranieri ed ex musa di Alfred Hitchcock. In particolare vengono analizzati gli anni in cui emergono i contenziosi tra Ranieri e il presidente francese De Gaulle e in cui nasce una crisi matrimoniale e d'identità che coinvolgono in pieno Grace.
Diventata principessa solo da qualche anno Grace si ritrova a dover fare i conti con un presente in cui non si sente la protagonista, in cui non si sente sicura del suo ruolo di altezza reale e, soprattutto, del suo ruolo all'interno del nucleo familiare. Vorrebbe tornare a recitare, Hitchcock arriva a Montecarlo con il solo scopo di proporle il ruolo principale nel suo prossimo film Marnie, ma è fortemente combattuta, divisa tra la posizione diplomatica che ora si trova a dover ricoprire e quello che vorrebbe fare veramente. A complicare le cose ci si mette pure De Gaulle che minaccia di invadere il principato se non cede alle sue richieste economiche, mettendo in crisi il principe Ranieri sempre più distante dalla famiglia e intollerante a qualsiasi richiesta della moglie. Seppur abituata a confrontarsi con la stampa ora Grace ne scopre il lato peggiore, quello capace di screditarla agli occhi del mondo e in particolar modo a quelli dei suoi sudditi che iniziano a perdere fiducia in lei. Dovrà per tanto rimboccarsi le maniche a dare prova di quello che sa fare, rivelando il suo carattere combattivo e tenace, capace di riconquistare il mondo intero e aiutare il marito nei suoi problemi salvando così Principato e matrimonio.
La figura di Grace viene quindi messa in primo piano fin dall'inizio da Dahan, oscurando quella di tutti gli altri personaggi, Ranieri compreso, e suscitando le ire della famiglia reale che vorrebbe se non proibirne l'uscita almeno modificarne alcune parti. Tuttavia questo è un film biografico sulla vita, o almeno una parte fondamentale, della principessa, sul come essa sia stata capace di fare delle scelte dettate dall'amore materno sacrificando quello che per lei contava molto: la sua carriera di attrice. Grace sapeva che sposando un principe avrebbe per forza di cose dovuto abbandonare il palcoscenico, ma nel profondo del suo cuore la speranza non era mai morta e Hitchcock l'aveva risvegliata proponendole la parte di Marnie (andata poi a Tippy Hedren). A causa dei problemi economici del Principato, dovuti a scontri con la Francia, il suo matrimonio subisce un duro colpo che la porta addirittura a pensare ad un possibile divorzio; non potendo contare sul solo supporto di Ranieri per risolvere la questione Grace si affida ad uno dei suoi più cari amici capace di guidarla verso la giusta soluzione e soprattutto attraverso un percorso di riscoperta delle proprie capacità.
E' proprio su ciò che il regista pone l'accento: il coraggio dimostrato da Grace non solo nel compiere delle scelte decisive, ma anche nel far emergere la sua personalità forte capace allo stesso tempo di conquistare i cuori di tutti e di risolvere problemi diplomatici. E' lei, sembra dire Dahan, il cuore pulsante del Regno monegasco, è a lei che tutti guardano come modello da imitare, non solo di stile ed eleganza, ma in particolar modo di carisma. Tutto ruota intorno a lei, gli altri sono solo personaggi secondari, per quanto importanti.
Non c'è quindi da stupirsi che il film sia stato contestato, ma ciò non toglie che sia un'opera intima e personale su di un grande personaggio del mondo del cinema  e non.
                                                                                                                                                     3