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martedì 5 aprile 2016

La teoria del tutto: finché c'è vita, c'è speranza

Bonjour bijoux! Per restare in tema con il film precedente ho pensato di richiamare una pellicola, che come l'altra, è stata candidata agli Oscar lo scorso anno e ha ottenuto la statuetta per il Miglior Attore Protagonista. Facile indovinare no? Esatto, si tratta di La teoria del tutto di James Marsh.
Nel 1963 all'Università di Cambridge Stephen Hawking è un giovane cosmologo intento a trovare un'equazione unificatrice per spiegare la nascita dell'universo. Di lì a poco una terribile malattia degenerativa compare nella sua vita segnandone tutto il successivo percorso. Stephen però non è solo; Jane, studentessa di lettere conosciuta a una festa, diventa la sua ancora, il suo sostegno nonché sua moglie. Sarà lei a farsi carico della sua malattia accudendolo e aiutandolo quando non potrà più muoversi da solo. Diviso tra la famiglia e la malattia Stephen porta avanti nonostante tutto il suo lavoro presentando alla comunità scientifica la sua teoria sull'origine e la fine dell'universo; è solo l'inizio di un grande cammino.
Ci sono voluti tre anni per convincere Jane Wilde Hawking, ex moglie di Stephen, ad accettare la proposta della realizzazione di un film tratto dalla biografia "Verso l'infinito" che lei ha scritto sulla loro vita insieme. Alla fine però ha acconsentito dando il via libera a regista e sceneggiatore per l'inizio dei lavori. La teoria del tutto è infatti il primo film a raccontare sul grande schermo la vita di Stephen Hawking celebre fisico, astrofisico e cosmologo che ha rivoluzionato il mondo scientifico e non solo con le sue idee e la sua determinazione. Va specificato fin da subito che la pellicola di Marsh è soprattutto un'opera che privilegia l'aspetto personale, emozionale della vicenda di Hawking; tutti sono a conoscenza delle sue fenomenali scoperte scientifiche, ma non sanno cosa c'è dietro. Scopo è quello di provare a mostrarlo... Ecco quindi comparire sullo schermo un giovane Stephen in piena salute che si muove nei corridoi di Cambridge in cerca di prove per i suoi studi oppure che balla e si diverte alle feste; proprio ad una di queste incontra Jane, l'amore della sua vita. Sarà il forte rapporto con la ragazza a dargli il sostegno necessario quando scoprirà la malattia degenerativa che l'ha colpito; o meglio, sarà Jane a prendere in mano la situazione smuovendolo dall'isolamento in cui si è buttato, mostrandogli il modo di lottare per non farsi schiacciare. 
Quello che qui conta è mostrare i sentimenti, cuore pulsante della storia, che esistono tra Jane e Stephen, sentimenti che perdurano nel tempo anche quando l'uomo non potrà più comunicarli a parole. Saranno gli occhi (specchio dell'anima) a trasmettere a chi guarda il film tutto il mondo interiore di una delle personalità più importanti dell'ultimo decennio.
Interpretare un personaggio quale Stephen Hawking non è cosa assolutamente facile, soprattutto per un attore giovane, ma Eddy Redmayne, a cui è stata appunto affidata la parte, compie un notevole lavoro su se stesso. Trascorre mesi a studiare attentamente ogni intervista, filmato o documentario per osservare le espressioni e il modo di relazionarsi dello scienziato; lo incontra rimanendo completamente colpito dalla vastità di sentimenti presenti nei suoi occhi. Lo stesso Hawking assiste l'attore più volte sul set durante le riprese per aiutarlo a rendere al meglio l'idea del deterioramento del corpo giorno dopo giorno, mantenendo vivo però il carattere arguto, spiritoso e effervescente notoriamente conosciuto. 
Quello che viene di fatto proposto è un stupendo esempio di vita vissuta al massimo (tuttora in corso) nonostante le difficoltà; famosa è a riguardo la frase pronunciata da Stephen durante un incontro con il pubblico che racchiude perfettamente tutto il suo essere: "finché c'è vita, c'è speranza".
                                                                                                                                      4 e mezzo 

martedì 29 marzo 2016

Still Alice: combattere contro sé stessi per sé stessi

Bonsoir à tout le monde! Il film della serata è un film particolarmente interessante e delicato per il tema che tratta, ma è davvero molto molto bello... quindi ve lo propongo! Ecco a voi Still Alice.
Alice Howland è una splendida donna di mezza età, moglie, madre di tre figli e docente di linguistica alla Columbia University. Stimata da tutti ama il suo lavoro, scoprire il significato più recondito delle parole e trasmetterlo ai suoi studenti; le parole sono tutto e la sua memoria ne è piena. Un giorno però qualcosa non va; Alice non riesce a ricordare come si chiama un oggetto, un oggetto qualunque che usa quotidianamente... poco a poco questo episodico evento inizia a manifestarsi con maggiore frequenza. Preoccupata fa degli accertamenti medici e scopre di avere una rara forma di Alzheimer precoce che, neanche tanto lentamente, le sta portando via tutti i suoi ricordi. Da questo momento inizia per lei una battaglia per cercare di opporsi il più possibile a un male incurabile.
Still Alice è un film su una malattia, una delle più brutte che ci siano perché incurabile; tuttavia in esso non c'è nessuna pretesa di eroicità o esibizionismo. Viene semplicemente mostrato il cammino di una donna che, conscia del suo male, decide di lottare con tutte le sue forze per trattenere il più possibile i ricordi che formano la sua vita. Il regista stesso, Richard Glatzer, era affetto da sclerosi laterale amiotrofica e per tutto il tempo delle riprese ha comunicato con cast e troupe tramite l'uso di un ipad; pochi mesi dopo la fine del film si è spento. Ciò dimostra con ancora più intensità come l'opera voglia fungere, o almeno provarci, da palliativo; raccontando una storia di dolore e sofferenza in qualche modo cura chi lo guarda. Lo cura nel senso che dà una speranza, un incentivo in più a lottare e non lasciarsi abbattere anche quando si è perfettamente consapevoli che non c'è una via d'uscita.
Non ricordare le parole, i nomi delle cose, non riconoscere i propri figli, smarrirsi in città è un'esperienza terrificante per una persona già in là con gli anni, figuriamoci  per una che è ancora nel pieno della sua vita; Alice lo prova. All'inizio ne è sopraffatta, non lo dice a nessuno, ma quando capisce che avrà bisogno di aiuto si vede costretta a rivelarlo. Il marito, fin troppo assente e interessato solo alla carriera, deve rivedere le sue priorità, i figli devono prendere coscienza dello stato dei fatti e proprio da quella che è sempre stata la figlia più lontana arriva il sostegno maggiore. Ma il lavoro più grosso, quello più difficile lo fa Alice stessa. Pronunciando la frase "noi non siamo la nostra malattia" mostra una delle verità che spesso si tende a dimenticare; non ha senso (anche se è molto complicato non farlo) lasciarsi andare, lasciare che il male abbia il sopravvento. Per quanto possibile bisogna cercare di andare avanti opponendosi a lui e godendosi le piccole cose di tutti i giorni. Alice guarda avanti ma anche indietro riguardandosi in un video che lei stessa mesi prima aveva fatto proprio per darsi forza; una lei all'inizio della malattia che parla delle cose che stanno accadendo alla lei del qui e ora e che le "ricorda" di continuare a lottare.
Quella che emerge è dunque una storia di deriva, uno scomparire graduale di una donna e di tutto quello che ha costruito per essere ciò che è, ma è anche e soprattutto una storia di speranza, non per una cura che ancora non c'è, una speranza per chi tutti i giorni combatte contro mali incurabili e nonostante tutto non si lascia abbattere. Quella scintilla che emerge negli occhi di una splendida Julienne Moore, nella fantastica ma discreta interpretazione crea un'immedesimazione (nei limiti dei possibile) con chi guarda il film e lo trasporta per un breve lasso di tempo in una realtà che può, così all'improvviso, capitare a tutti.
Ma ricordiamolo ancora una volta "Noi non siamo la nostra malattia"!
                                                                                                                                                    4 

martedì 15 marzo 2016

Il caso Spotlight: guardare la realtà da un altro punto di vista

Bonsoir!! Eccoci ritornati ai film nominati per la statuetta più prestigiosa nel mondo del cinema: l'Oscar. Questa volta tocca, non poteva d'altronde non mancare, a quello candidato al titolo di Miglior Film e che poi si è effettivamente portato a casa il riconoscimento. Ecco quindi a voi la recensione dedicata a Il caso Spotlight di Thomas McCarthy.
Nel 2001 un gruppo di giornalisti investigativi del Boston Globe, riuniti sotto il nome "spotlight", guidati dal nuovo direttore Marty Baron inizia ad indagare sul caso di un sacerdote della diocesi di Boston che si presume abbia abusato per trent'anni, e tuttora lo faccia, di numerosi giovani. Il tutto senza che mai sia stato preso alcun tipo di provvedimento; anzi l'arcivescovo Law risulta essere a conoscenza dei fatti e sembra aver fatto di tutto perché la questione venisse insabbiata. Il gruppo di giornalisti, ben consapevole che l'avviare un'indagine del genere comporta accusare pubblicamente la Chiesa Cattolica, decide di dare avvio a una dolorosa ricerca delle prove; ciò significa parlare con i ragazzini abusati ormai diventati adulti che vorrebbero solo dimenticare, richiedere, e lottare per questo, delle informazioni secretate e soprattutto essere pronti alle conseguenze che un'indagine del tipo porterà. 
Il film diretto da McCarthy vuole essere un'opera che sconvolge per aprire gli occhi su una realtà che spesso non è quella che si crede. In questo caso sceglie di riportare fedelmente sullo schermo uno degli eventi più impattanti del 2001; uno dei maggiori scandali che ha colpito la Chiesa Cattolica. La diocesi di Boston infatti ha coperto, nella figura dell'arcivescovo Bernard Francis Law, per ben trent'anni gli abusi perpetrati da uno dei suoi preti a scapito dei ragazzini che frequentavano la chiesa. In seguito si scoprirà che i preti coinvolti in tali crimini erano addirittura più di settanta. Il Boston Globe con il nuovo direttore Marty Baron decide di affidare al gruppo Spotlight, giornalisti investigativi, la delicata indagine per fare luce sui fatti una volta per tutte; già in passato alcuni testimoni avevano chiesto al giornale di indagare sulla vicenda ma tutto era stato accantonato. Ora è il momento di agire. 
Spotlight si mette in moto: primo passo è cercare di parlare con le vittime degli abusi, persone ormai adulte e con famiglia che vorrebbero solo poter dimenticare. Chiedere loro di parlare, anche in forma anonima, significa riaprire una ferita mai sanata, ma purtroppo va fatto per ottenere giustizia. Ci vuole tatto, delicatezza, bisogna porre le giuste domande e tutto ciò non sempre è facile da rendere sullo schermo cinematografico, ma il regista si avvale di un ottimo cast in cui nessuno è davvero protagonista perché protagonista è l'indagine stessa. Ecco quindi che ogni componente trasmette il suo modo di relazionarsi ai fatti dando una versione d'insieme unitaria e rispettosa.
Il lavoro però non si limita solo a questo: scopo del film è mostrare il lento e faticoso processo attraverso il quale il gruppo di giornalisti ha dovuto passare per poter pubblicare l'articolo. Mettersi contro la Chiesa Cattolica non è cosa da poco; qualsiasi tipo di informazione che la concerne è inaccessibile e i passaggi per ottenerla sono molti e spesso non conducono dove si vorrebbe. E' un lavoro da archeologi; bisogna scavare, grattare sotto la superficie per arrivare al cuore della questione.
L'indagine vinse nel 2003 il Premio Pulitzer e servì da trampolino di lancio per un più grande lavoro di "pulizia", questa volta partito direttamente dall'interno, ad opera di Papa Francesco che prese provvedimenti anche di detenzione dentro le mura vaticane dei colpevoli. Una nuova strada è stata aperta, una via verso la consapevolezza che spesso, molto spesso, sotto una superficie in apparenza perfetta si nascondono tante piccole realtà che la incrinano sempre di più. Bisogna allora munirsi di microscopio e osservare attentamente.
                                                                                                                                      4 e mezzo 

martedì 8 marzo 2016

The tree of life: la vita al microscopio

Bonjour à tout le monde! Lasciamo a macerare ancora un po' le conclusioni sugli Oscar e per il momento dedichiamoci ad altro... Infatti vi voglio parlare di un film che ha fatto molto discutere per come è stato girato; amato da alcuni, odiato da molti. A me personalmente è piaciuto parecchio e quindi ho deciso di riportarvelo alla memoria! Sto parlando di The tree of life di Terrence Malick.
Dopo un inizio che rappresenta effettivamente l'origine dell'universo dal Big Ben in poi ecco comparire la storia della famiglia O'Brien, nel Texas degli anni '50. Tutto viene visto attraverso gli occhi di Jack, uno dei figli e vero protagonista del film, ormai adulto da sempre diviso nel rapporto con i genitori. Il padre è un convinto sostenitore di un'educazione severa, punendo anche fisicamente i figli; la madre al contrario fa conoscere loro il valore dell'amore e dei sentimenti. Ne deriva per Jack un'evoluzione confusa che mal lo porta ad adattarsi nel mondo contemporaneo. In più a peggiorare la già complicata situazione affettiva sopraggiunge anche la morte di uno dei fratelli. Tante sono le risposte che l'uomo ha e le cerca in un viaggio a ritroso nel tempo che si conclude con una visione onirica...
Il film di Malick è un enorme flashback che inizia mostrando addirittura l'origine dell'universo con tanto di Big Ben, creazione del mondo, dinosauri e quant'altro per arrivare fino al Texas degli anni '50. Si tratta di un vero e proprio paragone che il regista fa tra Macro e Micro volto a mostrare le somiglianze che ci sono tra i due e come in realtà essi abbiano (nella giusta misura) le stesse problematiche; quello che succede nel Macro (l'evoluzione del mondo, l'estinzione dei dinosauri, la comparsa dell'uomo) è ciò che accede anche nel Micro (la creazione della famiglia, la morte, l'andare avanti guardando al futuro). In tutto questo Malick associa un flusso di musica costante per armonizzare e creare linearità nel continuo alternarsi dei due.
Il film è inoltre, e soprattutto, una ricerca costante sul senso della vita; il protagonista è un uomo sperduto all'interno della società contemporanea che cerca disperatamente di sopravvivere in un mondo che non sente suo. Intraprende così una ricerca a ritroso nel suo passato per elaborare i momenti belli e brutti della sua infanzia. Ecco quindi apparire, a chi guarda, i due pilastri della sua vita; da una parte il padre paragonato alla Natura in quanto forza violenta che vive per dominare e che non accetta altra verità se non la sua, dall'altra c'è invece la madre vista come la Grazia che impersona obbedienza e sacrificio. Entrambi trasmettono dei valori che sono in netto contrasto l'uno con l'altro. L'equilibrio familiare degli O'Brien  è perennemente in bilico decretando anche il senso di inadeguatezza in Jack. Quest'ultimo non a caso sviluppa un complesso di Edipo nei confronti della madre e detesta invece il padre con il quale non avrà mai un buon rapporto. Inoltre la morte prematura del fratello incrina ancora di più la superficie di cristallo sulla quale tutti si muovono; non va inoltre dimenticato che la storia è ambientata nell'America conservatrice della metà del '900 e quindi qualsiasi tipo di sentimentalismo, soprattutto se si tratta di un uomo, è caldamente sconsigliato. Non stupisce pertanto la difficoltà del protagonista di relazionarsi con gli altri e di non sentirsi a suo agio nel presente.
Malick però offre una specie di "via d'uscita", crea un finale che in realtà è una visione onirica nella quale Jack può ritrovare i suoi cari giungendo anche a una riconciliazione con il padre. Tutto viene perdonato, ogni accusa cancellata e ogni debito saldato; ciò permette a Jack di nascere una seconda volta, continuando il ciclo della vita. Micro e Macro di nuovo insieme.
                                                                                                                                                   4   
       

martedì 1 marzo 2016

Room: la fuga dal micro al macro

Bonsoir mes chèrs! Il film della serata è un'opera che merita di essere vista il maggior numero possibile di volte per la sua bellezza, ma soprattutto per il contenuto di cui tratta. Inoltre si è appena portato a casa anche l'Oscar come Miglior attrice protagonista. Capito di quale parlo? Esatto, è Room di Lenny Abrahamson.
Jack, bimbo di cinque anni, vive con sua madre Joy nella "Stanza", un angusto spazio isolato dal resto del mondo per volere di "vecchio Nick". La donna infatti sette anni prima è stata rapita, ancora adolescente, dall'uomo che da quel momento l'ha rinchiusa nel capanno del suo giardino impedendole di uscire e abusando ripetutamente di lei. Da questo malsano rapporto è nato Jack che altro non conosce se non quei pochi metri quadrati; ogni giorno, appena sveglio, saluta gli oggetti che ci sono (lavandino, sedie, armadio...). Quello è tutto il suo mondo, fuori c'è lo spezio che riesce a vedere solo da una piccola finestra sul tetto. L'unica distrazione è la tv, la scatola magica, che Jack crede contenga persone vere. Il bimbo però sta crescendo e inizia a fare domande alla madre che non sapendo come rispondere decide di dirgli la verità elaborando un piano per scappare finalmente dalla stanza.
Il film non è solo una storia triste e toccante di una ragazza rapita e segregata; è, purtroppo, una ricostruzione di un evento che fin troppo spesso sta accadendo nella società contemporanea (certo avveniva anche prima, ma non essendoci possibilità di denunciare non se ne veniva a conoscenza). Room è infatti l'adattamento del romanzo scritto da Emma Donoghue (anche sceneggiatrice) che si ispira al caso Fritzl di recente scoperta. La vicenda in questo caso è ambientata in una cittadina americana, zona apparentemente tranquilla in cui tutti si conoscono, ma dove un giorno la diciassettenne Joy non si presenta a scuola. Un uomo molto più grande di lei la rapisce per farne il desiderio delle sue fantasie. Joy da questo momento è sola; chiusa in un capanno, di cui non conosce il codice della porta blindata, è costretta a vivere giorno per giorno una monotonia senza fine. Ogni sera il "vecchio Nick" va a dormire da lei per poi andarsene la mattina; è prigioniera e nessuno sa dove si trovi. Un giorno dà alla luce Jack ("dono" che l'uomo non smette mai di ricordarle) e da quel momento la sua vita cambia; ora ha qualcosa per cui continuare a vivere, per cui lottare, qualcuno da proteggere dalla cattiveria del suo aguzzino. Il bimbo cresce così anno dopo anno pensando che quella, La Stanza, sia oltre che il suo mondo, tutto il mondo; oltre quelle quattro mura c'è lo spazio, luogo in qualche modo remoto e sconosciuto. A parte la madre le uniche persone che vede sono quelle in televisione, la scatola magica, capace di contenere uomini, animali e oggetti che Jack crede davvero abitino proprio lì dentro. 
Al compiere del suo quinto compleanno però qualcosa inizia a cambiare; Jack è un bambino curioso, fa domande intelligenti a sua madre, vuole sapere come funzionano le cose. Joy, dal canto suo, non ne può più di rimanere rinchiusa lì senza cure né libertà e coglie l'occasione per prendere in mano il suo destino e offrire la vita, quella vera, al figlio. Inizia da questo momento la trasformazione per entrambi, assumono una nuova consapevolezza: è arrivato il momento di agire. Dopo un'iniziale e comprensibile riluttanza del piccolo Joy mette a punto un piano per far uscire Jack dalla stanza e cercare quindi aiuto. Il bambino diventa ora il protagonista indiscusso del film; deve superare le sue paure, lasciare il mondo che fino a quel momento ha conosciuto e entrare nello spazio. E' una seconda nascita che equivale alla libertà; due destini nella mani di una creatura così piccola.
Il regista Abrahamson mostra con estrema delicatezza il passaggio dal micro, La Stanza, al macro, il mondo, attraverso gli occhi di un bambino che stupiti  guardano per la prima volta il cielo, il colore degli alberi, altre persone. Tutto, dal minimo dettaglio, viene colto per poter essere studiato; persino il desiderio più grande di Jack, avere un cane, può diventare realtà.
Il dramma psicologico che questo film racconta è tanto più forte perché a raccontarlo, seppur involontariamente, è un bimbo di cinque anni che, dopo aver guadagnato la libertà, deve essere ancora più forte per sostenere la madre che fatica a riabituarsi alla "normalità". Jack pertanto altro non è che un micro-supereroe di una macro-storia.
                                                                                                                                      4 e mezzo 


martedì 16 febbraio 2016

The danish girl: la metamorfosi di Lili

Bonsoir à tout le monde! Questa sera parliamo di un altro film candidato a 4 premi Oscar, tutti assolutamente azzeccati. Si tratta dell'ultimo lavoro di Tom Hopper: The danish girl.
Einar Wegener è un pittore paesaggista, molto affermato, che vive con la moglie nella Copenhagen dei primi anni del '900. La coppia conduce una vita in apparenza serena divisa tra eventi artistici e privato nel quale cercando di mettere su famiglia. Entrambi pittori sono sempre in sintonia e si sostengono ogni qualvolta c'è un insuccesso. Un giorno Gerda, moglie di Einar, chiede al marito aiuto per riuscire a terminare un quadro raffigurante un'amica ballerina e gli domanda perciò di indossare abiti femminili per poter meglio realizzare il personaggio. Da quel momento inizia un gioco tra i due che continua a un evento mondano in cui Einar, con la complicità di Gerda stessa, si presenta vestito da donna. Prende così forma la figura di Lili Elbe che man mano acquisterà sempre più spessore nella vita della coppia.
Il regista Tom Hopper, dopo le notevoli prove de Les Misérables e Il discorso del re, si cimenta con un'altra sfida impegnativa; basandosi sul romanzo di David Eberhoff mette in scena la storia di Lili Elbe, una delle prime persone ad essere identificata come transessuale e anche una delle prime ad essere sottoposta a un intervento chirurgico di riassegnazione sessuale. Per interpretare una figura così complessa e delicata sceglie Eddy Redmayne, attore dalla spiccata recitazione espressiva, capace di restituire molto bene sullo schermo tutte le emozioni interiori provate dal personaggio.
Lili infatti presenta una serie di sfumature ben delineate; fin dall'inizio, da quando ovvero è ancora Einar Wegener, si nota il suo desiderio, molto forte, di palesarsi. Emerge infatti il rifiuto di Einar per il suo corpo, per ciò che indossa; non si sente a suo agio con gli altri tanto da evitare tutti i possibili eventi mondani. Ma quando inizia a vestire i panni di Lili tale insicurezza non svanisce del tutto, sente che in lui/lei c'è qualcosa di diverso; interroga diversi medici per capire l'origine di ciò, ma è costretto a fuggire per non essere rinchiuso come schizofrenico o anormale. Lili c'è, esiste e prende sempre più forma nel corpo di Einar, ma come mostrarla? Osservando le altre donne, copiandone di nascosto i gesti, le pose, il modo di relazionarsi agli uomini. Non basta semplicemente indossare una sottoveste in seta e scarpe col tacco; bisogna essere donna in tutti i sensi. E qui entra in gioco Gerda, fedele moglie e amica, che neanche per un solo istante lascia Einar nella sua metamorfosi in Lili, supportandolo in ogni decisione per quanto pienamente consapevole che così facendo perderà suo marito.
Anche lei, al pari di Lili, è una figura complessa che Hopper mette ben in evidenza. Fin da subito si mostra come il talento artistico del marito oscuri il suo e come quest'ultimo sbocci pienamente nel momento in cui il soggetto dei suoi quadri inizia a essere Lili (quasi una figura ingombrante a volte). Gerda però non viene mai messa in secondo piano; lei è lì, presente in ogni momento anche quando non appare fisicamente nella scena. Einar non ce l'avrebbe mai fatta senza il suo supporto, probabilmente non avrebbe neanche mai preso la decisione di operarsi se lei non l'avesse incoraggiato ad essere se stesso fino in fondo senza nascondersi più. Il personaggio di Gerda è sì forte, ma anche estremamente fragile; il suo bisogno di diventare madre e la ricerca costante di esserlo nascondono una necessità di sentirsi donna appieno (un equivalente di mostrarsi in pubblico Lili per Einar), cosa che non potrà mai avvenire in tali circostanze; nonostante tutto però sceglie di rimanere federe al marito fino in fondo, sacrificando la sua felicità. Alla fine, in un modo o nell'altro (e non è detto che sia positivo), entrambi troveranno la serenità.
Lili e Gerda, ognuna a suo modo, sono due figure particolari; sole nel portare avanti le proprie convinzioni in una società che non è ancora pronta per accettarle e che pertanto le respinge isolandole, ma non per questo si lasciano scoraggiare, anzi le rendono ancora più forti e combattive!
                                                                                                                                                    4

venerdì 5 febbraio 2016

Revenant: la sfida di DiCaprio

Eccomi di nuovo qui! 
E' tempo di iniziare a parlare un po' dei film in lizza, per una nomination o per l'altra, all'Oscar, la famosa statuetta placcata oro sogno o incubo di molti nel mondo della settima arte. Oggi in particolare ho scelto di proporvi il film su cui forse si riversano le maggiori attese, se non altro per il suo protagonista notoriamente sfortunato in tale circostanza... Avete capito a quale mi riferisco? Esatto: Revenant di Alejandro González Iñárritu.
Anni '20 del 1800. Un gruppo di soldati americani, cacciatori di pelli, viene attaccato da degli indiani che vogliono riprendersi ciò che è loro. In pochi, una dozzina, si salvano e guidati da Hugh Glass, l'uomo che meglio di tutti conosce quelle terre impervie e pericolose, cercano di far ritorno al loro fortino. Nascosto il bottino in attesa di tempi migliori il manipolo si mette in cammino, ma ben presto Hugh viene attaccato e quasi ucciso da una femmina di Grizzly. In fin di vita, per volere del comandate, viene trasportato fin quando possibile poi lasciato in custodia al figlio, a un giovane e ingenuo soldato e al cacciatore Fitzgerald che cerca ben presto, nonostante la promessa fatta, di liberarsi di lui per raggiungere gli altri e riscuotere il premio promesso. Lasciato solo, dopo aver assistito all'omicidio del figlio per mano dello stesso Fitzgerald, a Hugh non rimane che la sua voglia di vendetta per non soccombere alla morte e continuare a lottare...
La realizzazione del film ha inizio già nel 2001 e, dopo vari tentativi andati a male e più sostituzioni, si è giunti alla regia di Iñárritu che fin da subito ha impresso il suo stile all'opera. La trama si ispira, almeno parzialmente, alla vita del cacciatore di pelli Hugh Glass che, nonostante le numerose e mortali ferite riportate dopo l'attacco di un Grizzly, è riuscito a sopravvivere. 
Le riprese sono state effettuate tra il Canada e la Terra del Fuoco in Argentina, ambientazioni ottimali per descrivere e ricreare al meglio i paesaggi in cui si è mosso il cacciatore; il clima prevalentemente freddo e rigido (le scene sono state girate in autunno e in inverno) ha sfiorato minime di -30° mandando persino in tilt le camere degli operatori. Tutto ciò però ha contribuito a rendere la recitazione del cast molto più convincente. Inoltre, per volere dello stesso regista, non si è fatto ricorso né alla CGI né al green screen per far sì che gli sforzi e la fatica fatta fossero davvero reali.
Un grande aiuto arriva anche dal direttore della fotografia, Lubezki; la pellicola infatti è interamente girata con luce naturale e prevalentemente in esterno (non a caso una delle varie Nomination agli Oscar è proprio per la fotografia). Magistrali sono alcuni scorci, i tramonti con quel bagliore di fuoco e l'immortalare la forza degli elementi come il fiume in cui si getta Glass per scampare ad un assalto indiano. La natura viene qui esaltata in tutta la sua magnificenza e crudezza.
Una parentesi però va dedicata (altra candidatura) al protagonista: Leonardo DiCaprio. Non serve spendersi sulla sua capacità attoriale ormai consolidata e assicurata; anche in questo caso dà una performance più che eccellente entrando completamente nei panni di Hugh Glass. Tra carichi di oltre 45 kg sotto forma di pellicce di alce e orso e bronchiti provocate dal lavorare a -40° DiCaprio rivela la vera essenza, quella più intima dettata dalla rabbia e dal desiderio di vendetta, del cacciatore. Non dimentichiamo poi che per 3/4 del film non proferisce parola e l'unico suono che emette è un roco gorgoglio; tutto si gioca sulla fisicità a cui spetta il compito di esprimere un ampio spettro di emozioni. Solo, mortalmente ferito, questa sottospecie di supereroe sopravvive trascinandosi sui gomiti, mangiando erba, non congelandosi dopo un lungo bagno nel fiume ghiacciato e uscendo persino illeso dopo un salto in un burrone con conseguente schianto su di un albero.
Tralasciando questi eccessi, che d'altronde rientrano tra gli stilemi di Iñárritu, il film riesce a catturare l'attenzione del pubblico concludendo con un finale aperto che lascia spazio alle interpretazioni del singolo sul destino di Hugh.
                                                                                                                                      4 e mezzo 


martedì 4 novembre 2014

K-pax: chi è veramente l'alieno?

Bon soir! Lo so che ultimamente non ho scritto granché, ma però ho visto qualche film molto, molto interessante... oggi quindi ve ne propongo uno che, alla sua uscita, piacque ma solo agli spettatori più attenti e coinvolti nel tema trattato. Tuttavia è un'opera che non va assolutamente sottovalutata. Si tratta di K-pax da un altro mondo del regista Iain Softley. 
Prot, il protagonista, compare dal nulla nel bel mezzo della stazione ferroviaria di Manhattan, affermando di provenire da un altro pianeta, K-pax nella costellazione della Lira. Viene di conseguenza subito internato in una clinica psichiatrica e affidato alle cure del dottor Powell che si dimostra immediatamente interessato dalle affermazioni fatte dal paziente. Prot ha sembianze umane ma possiede conoscenze che vanno oltre a quelle fino ad ora acquisite dalla popolazione terrestre e lo dimostra rispondendo con estrema facilità a qualsiasi tipo di domanda postagli dal dottor Powell; anche quando si trova a doversi confrontare con i più illustri astronomi è sempre cento passi avanti. Non è però solo questo a contraddistinguerlo; ha anche un'influenza più che positiva sugli altri pazienti della clinica. Grazie ai suoi consigli tutti compiono notevoli miglioramenti. 
Le cose cambiano quando viene invitato da Powell a casa sua per il giorno dell'Indipendenza; tutto sembra andare per il meglio (Prot è anche un grande divoratore di frutta!) fino a che un rubinetto dell'acqua non viene aperto scatenando una violenta reazione in Prot. Il dottore sottopone il paziente a ipnosi per risalire alla causa della sua reazione e scopre una misteriosa vicenda nel suo passato legata ad un altro essere umano "Pete" che, guarda caso, è fisicamente identico a Prot. Convinto di aver scoperto la verità sull'extraterrestre il dottore mette alle strette Prot prima che ritorni sul suo pianeta, ma quest'ultimo lo stupirà ancora una volta...
Come dicevo prima il film non riscosse il successo dovuto alla sua uscita perché tratta temi non facilmente comprensibili da tutti; oscilla infatti costantemente tra il genere fantascientifico, richiami filosofici e teorie evoluzionistiche. Il regista, attraverso una delle conversazioni tra Prot e Powell, fa descrivere al protagonista le caratteristiche del suo pianeta ed i suoi abitanti; ne deriva che K-pax è un mondo in cui non esistono leggi perché tutti, dal bambino all'anziano, sono in grado di seguire la logica del giusto e del bene senza mai inciampare nel male e senza ricorrere a condizionamenti legali. Questo dice è stato imparato molti secoli fa. Di rimando però non esistono neanche convenzioni sociali: non ci si sposa, non si hanno figli propri e nessuno è più importante degli altri. Tutti si prendono cura di tutti senza fare distinzioni. 
Queste teorie filosofiche sull'essere pertanto richiedono un'analisi approfondita e non sempre possono essere condivisibili da tutti e ciò porta la pellicola a risultare di difficile comprensione per i più. Nonostante tutto essa è molto interessante per gli spunti che fornisce, non solo in campo filosofico, ma anche in quello astronomico (mi riferisco alla scena nell'osservatorio); sebbene le stelle attorno a cui orbita K-pax, e che gli astrofisici tentano da anni di trovarne l'esatta posizione, non esistano nella realtà sottolineano comunque una continua ricerca di tutto quello che l'universo contiene e di come ogni suo elemento sia in stretto contatto con il resto per dare vita ad un unico organico. 
Infine il film è interessante anche per un altro motivo che non va assolutamente sottovalutato: il lato "umano". Prot assume al suo arrivo sulla Terra sembianze umane pur mantenendo le sua facoltà ed è l'unico che riesce a trovare un modo valido per entrare in contatto con i pazienti della clinica psichiatrica in cui si trova arrivando persino a curarli o a dargli il giusto impulso che li porterà, col tempo, sulla via della completa guarigione. Incarna perciò quello che dovrebbe essere lo spirito del bene, scarsamente seguito dagli uomini ( non a caso dice che in tempi passati Cristo e Buddha hanno cercato di farlo, ma non sono stati compresi dal resto della popolazione). 
Probabilmente l'unica cosa che si dovrebbe insegnare a Prot è come mangiare una banana, per il resto bisogna imparare da lui. Che funga da esempio perché solo guardando il film ci si fermi a pensare con un po' più di attenzione a cosa conta veramente; bisogna trovare l'"uccello azzurro".         
                                                                                                                                    4 e mezzo

mercoledì 10 settembre 2014

Persona: dualità/unicità in Bergman

Oggi carissimi voglio fare un passo indietro nella storia del cinema per farvi scoprire, se non lo avete già visto, un film che a mio parere per quando possa apparire "incomprensibile" è bellissimo. Si tratta forse di una delle massime opere, probabilmente quella più compiuta, in cui risiede ovvero tutta la poetica di uno dei più grandi registi europei dagli anni '40 ai '70: Ingmar Bergman. Il film che ho scelto è invece Persona.
La famosa attrice Elisabeth Vogler durante una performance teatrale ha un crollo e si blocca incapace di andare avanti o di muoversi; riesce solo a ridere senza un apparente motivo. In seguito però si chiude in un mutismo assoluto e viene perciò ricoverata in un ospedale psichiatrico affidata alle cure della giovane infermiera Alma. Dato che ogni tentativo sembra inutile la dottoressa che segue il caso propone ad Alma di trasferirsi con la paziente per un certo periodo nella sua casa in riva al mare, sperando così in un qualche miglioramento. Qui in un isolamento pressoché totale inizia una particolare relazione tra le due donne; due caratteri opposti che convivono fianco a fianco. Elisabeth continua a non parlare ma ascolta pazientemente Alma raccontarle della sua vita, dei suoi amori, di come abbia scelto la carriera infermieristica. Si trasforma nella perfetta confidente che sa come farsi capire nonostante si rifiuti di emettere qualsiasi suono. Al contempo Alma sembra aver trovato nell'attrice la sorella che non ha mai avuto, che la capisce senza giudicarla e la consola quando è triste.
Questo rapporto però non è destinato a durare; troppo viene detto e rivelato, anche ad altri e porta le due donne ad allontanarsi in modo secco e senza preavviso, ognuna accusandosi silenziosamente o meno degli errori fatti in passato.
Con Persona Bergman crea un piccolo capolavoro di psicologia sentimentale; mette a confronto due diverse personalità che però hanno molto in comune tanto da arrivare quasi a sovrapporsi una sull'altra, a diventare un'unica entità. Da un lato infatti c'è Elisabeth il carattere più forte, quello dominante incapace però di amare davvero o di provare un qualche tipo di sentimento profondo; dall'altro lato c'è invece Alma giovane e inesperta del mondo che si confida senza pudore sperando in un conforto in cambio di un amore puro. Il regista ce le mostra prima separatamente per marcarne le differenze, poi insieme per mostrare come in fin dei conti esse non sono poi così diverse tra loro; interessanti sono due sequenze una a metà film circa in cui Bergman le accosta fin quasi, con un gioco di dissolvenze, a fonderle in una sola persona (che sia Alma o Elisabeth non si sa) e una alla fine in conclusione dove, riprendendo una scena iniziale, il volto di Elisabeth si trasforma gradualmente in quello di Alma. Anche il rapporto che si instaura tra le due è simbolico, si potrebbe quasi parlare di un amore omosessuale ma non corrisposto tra il carattere debole (che è quello che ama) e il carattere forte (che al contrario non ci riesce); questo tipo di amore viene tuttavia tradito attraverso una confessione al mondo esterno. 
Di tutt'altro aspetto ma pur sempre particolare è invece l'incipit del film: Bergman sceglie di accostare tra loro immagini che non hanno niente in comune essendo per soggetto e tema tutte diverse. Perché lo fa? Probabilmente per mostrare le capacità oniriche del cervello umano, quello che esso è in grado di affiancare in un unico sogno e condizionarne poi la psiche; alla fine della carrellata si nota infatti un bambino che si sveglia e si mette a leggere... forse è proprio il suo sogno.
In tutti i suoi film Bergman gioca con l'onirico e ciò che esso comporta poi sul piano reale; qui lo fa più che in qualsiasi altra sua opera tanto che spesso lo spettatore si confonde, non capisce più quale sia la realtà e quale il sogno. Come con le due protagoniste: alla fine non sappiamo quale delle due "sopravviva" all'altra. 
                                                                                                                                      4 e mezzo

mercoledì 9 luglio 2014

Solo gli amanti sopravvivono... non può che essere così

Bon jour a tutti voi! Contavo di scrivere un po' prima, ma troppe cose mi hanno fatto rimandare fino ad oggi... tuttavia ne è valsa la pena perché ho intenzione di proporvi un film davvero molto bello! Si tratta dell'ultima opera di Jim Jarmusch Solo gli amanti sopravvivono.
I due protagonisti, Eve a Adam, sembrano due persone qualsiasi; Eve vive a Tangeri circondata da arte e libri di ogni tipo, mentre suo marito Adam a Detroit dove sperimenta continuamente nuova musica. Tuttavia ben presto si scopre e che in realtà essi sono due vampiri: dormono di giorno, vivono di notte e regolarmente fanno rifornimento di sangue per continuare a sopravvivere. Le loro giornate scorrono sempre uguali, quasi monotone, circondati solo da "zombie" (come vengono definiti gli umani) che non fanno altro se non distruggere quello che gli circonda. La lontananza non fa per loro quindi Eve decide di raggiungere il compagno a Detroit per assicurarsi che stia bene e, soprattutto, lontano dai guai e dai proiettili di legno. Tutto improvvisamente cambia però quando in città arriva la sorella di Eve, Ava, spirito ribelle e inquieto che non si fa problemi a succhiare tutto il sangue da un umano pur di nutrirsi, preferendo questo metodo ormai "datato" a quello usato dalla coppia basato sulla corruzione di medici e ricercatori. Occorre sbarazzarsi del cadavere e per non lasciare tracce Adam e Eve decidono di ripartire insieme per Tangeri dove hanno intenzione di ricongiungersi col loro antico amico Marlowe, che è anche il fornitore di sangue non contaminato di Eve. Qui però troveranno il vecchio morente e senza scorte cosa che costringe i due ad andare alla ricerca per sopravvivere.
Sebbene la scelta del tema "vampiri" possa apparire scontata e banale visto il recente e stra-usato filone questa realtà è diversa. Jarmusch sceglie di mostrare un lato diverso di ciò, ovvero il rapportarsi di tali figure con il mondo; esse possono vivere secoli senza invecchiare, vedono lo scorrere del tempo, l'evolversi delle civiltà e delle persone che le plasmano. Ma vedono anche e soprattutto la decadenza verso cui il pianeta si sta lentamente dirigendo a causa di quelle stesse persone che lo hanno plasmato. Non a caso i due protagonisti definiscono gli umani con il termine "zombie", sottolineando come ormai quest'ultimi sono solo lo spettro di quello che un tempo rappresentavano; corrosi da guerre e invidie sono solamente capaci di distruggere ciò che di positivo rimane sulla terra, lasciando al loro passaggio tracce di rovina.
In questo modo il regista mette in evidenza lo spirito che contraddistingue i due vampiri: essi sono capaci di osservare quello che li circonda, sanno dare il giusto nome e il giusto valore ad ogni cosa, amano l'arte e la natura e si accorgono quando qualcosa non è al suo posto. Se si volesse riassumere in una parola quello che Adam e Eve fanno si potrebbe semplicemente dire che Amano. Nel corso dei secoli, in ogni città in cui hanno vissuto, anche se separatamente, loro hanno saputo riconoscere le persone che sono state capaci di creare cose belle e utili per il genere umano, contornandosi di volta in volta di musicisti, scienziati, scrittori ecc...
Sono loro, sono Eve e Adam che nonostante gli ostacoli sopravvivono a tutto e tutti perché, dice saggiamente Jarsmusch, sono amanti, si amano ed amano da secoli e continueranno a farlo; questa è la loro forza capace di andare oltre ogni possibile problema facendoli sopravvivere al resto. 
Anche se noi non siamo vampiri dovremmo prendere esempio dai due protagonisti; dovremmo cercare di amare un po' di più, di prenderci cura gli uni degli altri senza fare distinzioni. 
Quello di Jarmusch è un monito a ripensare le nostre esistenze migliorandole; la sua è un'analisi profonda del comportamento che troppo spesso viene etichettato come "diverso", ma è proprio questo diverso che fa la differenza, che vede le cose nella giusta prospettiva riconoscendone l'importanza. 
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