sabato 19 luglio 2014

La 25° ora: sogno o realtà?

Aujourd'hui mes chères vi propongo un film che fin dalle prime scene mi è piaciuto moltissimo e sono davvero poche le pellicole capaci di catturarmi dall'inizio alla fine! Ecco quindi La 25° ora di Spike Lee.
L'azione si svolge tutta a New York dove il protagonista, Monty Brogan, fa di "mestiere" lo spacciatore di droga; tuttavia viene incastrato da un conoscente, spacciatore anche lui, che non si fa problemi a venderlo alla polizia la quale trova nel suo appartamento svariati contanti e un chilo di eroina nascosti nell'imbottitura del divano. E' una magra consolazione per Monty scoprire chi l'ha tradito; la pena datagli è 7 anni di prigione. 
Monty, nella sua ultima giornata di libertà, ha 24 ore a disposizione da vivere, salutare amici e fidanzata e sistemare le cose con la sua coscienza. Non riesce però a capacitarsi pienamente dalla sua colpevolezza e, durante una cena con il padre, in un momento in cui si trova solo, inizia un lungo monologo in cui accusa tutto e tutti per la sua situazione; solamente alla fine capisce che in realtà la colpa è unicamente sua. 
Per "festeggiare" quest'ultimo giorno i suoi migliori amici, l'insegnante Jacop e l'agente di borsa Frank, e la sua fidanzata Naturelle gli organizzano una serata in discoteca che funga anche da tranquillante in vista di ciò che lo aspetta per i prossimi anni. Qui Monty si rende conto che per il suo aspetto fisico non avrà vita semplice in prigione; chiede quindi ai suoi amici il più grande favore che possano fargli per aiutarlo ad affrontare meglio il soggiorno forzato. 
Mentre è in macchina per raggiungere la prigione si ferma a pensare ad un'ipotetica venticinquesima ora e a cosa essa possa comportare; la scelta è sua se andare veramente in prigione o scappare..
Il film di Spike Lee è un vero e proprio omaggio sia alla città di New York che ai suoi abitanti, caratteri unici che rendono unica la stessa metropoli. La scelta poi di soffermarsi su di un solo personaggio, che in realtà mostra tutti gli altri, è particolarmente azzeccata perché permette a chi guarda il film di concentrarsi su di un'unica storia da cui si diramano tutte le altre. Monty rappresenta quasi il prototipo di newyorkese doc, ormai piccola minoranza in una città in cui predominano immigrati di diverse etnie; bianco, pallidino, magrolino, con la faccia da bravo ragazzo e umanamente predisposto alle buone azioni non può più sopravvivere in una società di squali dominata da pochi ricchi con le mani "in pasta" come il suo amico Frank. E' destino che si cacci nei guai, volente o meno.
Strepitosa è la scena del monologo davanti allo specchio del bagno nella quale Monty, arrabbiato per la sua condanna e perché non si sente veramente colpevole, se la prende con tutti riversando, ipoteticamente, la sua rabbia su coloro che in qualche modo hanno corrotto la società in cui vive, soprattutto (e qui vuole porre l'accento Lee) dopo l'11 settembre, e che gli ha dato sette anni di prigione. Tuttavia, dopo lo sfogo, si rende conto che in realtà la colpa è solo sua e delle scelte sbagliate che nel corso della sua vita lo hanno progressivamente portato sulla cattiva strada. Accetta perciò con rassegnazione il suo destino sperando per il meglio.
Nella parte finale del film il regista offre però la possibilità a lui e a noi spettatori di vivere una presunta 25° ora in cui immaginare come potrebbe essere il futuro se si prendesse una strada diversa; cosa succederebbe se invece di andare a destra si andasse a sinistra? cosa succederebbe se si venisse meno ai propri principi per inseguire vane speranze? La 25° ora è sì un viaggio apparente nello spazio e nel tempo, ma lascia in ogni caso un margine di decisione: Monty farà la cosa giusta? Noi al suo posto cosa faremmo?
Numerosi sono inoltre i riferimenti nel film ad altre pellicole famose come a voler creare un sodalizio con le grandi opere che hanno fatto la storia del cinema americano e della città di New York nello specifico; uno su tutti è il rimando (scena dello specchio) a Taxi Driver di Scorsese, alcune inquadrature sono pressoché identiche a quelle di C'era una volta in America di Leone, il personaggio di Monty in qualche dialogo si riferisce a caratteri presenti in Wall Street di Stone e così via (non ve le dico tutte perché lascio il resto della ricerca a voi)! Solo per questo è da considerarsi un film imperdibile ma, badate bene, da guardare con molta attenzione perché le strade di New York trasformano la metropoli in un'imponente scacchiera in cui il re Lee gioca in casa ed è pronto a lanciare il suo "scacco matto".
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venerdì 18 luglio 2014

Il grande dittatore: Chaplin rules

Bon jour à tout le monde! Finalmente ho un po' di tempo per proporvi un bellissimo, quanto famosissimo film da vedere se non l'avete già fatto... per il suo tema e per come è stato affrontato rappresenta a tutti gli effetti un "evento straordinario". L'opera in questione è Il grande dittatore di Charlie Chaplin.
Un barbiere ebreo perde la memoria nel corso di un'azione militare durante la Prima Guerra Mondiale e neanche il lungo periodo di degenza in ospedale riesce a fargliela recuperare; tuttavia fa comunque ritorno al suo negozio per riprendere la sua vita. Qui però scopre che i soldati dello stato della Tomania (in cui vive) imbrattano le sue vetrine con scritte denigratorie dei confronti della popolazione ebrea e si ribella. Il ciò prevederebbe l'impiccagione, ma il comandante Schultz (al quale il barbiere salvò la vita durante quell'azione in cui perse la memoria) riesce ad evitarlo, ricambiando in qualche modo il favore. 
Però le cose, in apparenza ancora tranquille, stanno per cambiare in quanto il dittatore Hynkel ha mire espansionistiche sui paesi vicini e si prepara a far scoppiare un'altra guerra. Nel frattempo il barbiere, al momento sano e salvo, inizia a provare più di un sentimento di simpatia per la giovane Hanna, ragazza come lui abitante del ghetto che non sopporta i continui soprusi dei soldati. 
La sete di potere di Hynkel tuttavia non cessa neanche davanti a degli ostacoli (tanto che lo stesso Schultz e il barbiere vengono internati in un campo di concentramento) ed anzi richiede la collaborazione del suo alleato Napoloni per l'invasione dell'Ostria. Durante la prima rappresaglia però avviene un "curioso" incidente che porta tutti a scambiare Hynkel per il barbiere (si somigliano molto), che nel frattempo era riuscito a evadere dal campo con l'amico Schultz; quest'ultimo si prodiga in ogni modo possibile per far sì che tutti credano che il barbiere sia effettivamente il dittatore. La prova del nove sarà il discorso che dovrà tenere davanti al popolo dell'Ostria..
Il film di Chaplin viene considerato un evento straordinario perché girato nel 1940, quando ovvero la Seconda Guerra Mondiale era da poco scoppiata e il potere di Hitler all'apice. La pellicola è una vera e propria parodia, non solo del dittatore tedesco, ma anche del suo alleato Mussolini volta a mettere in ridicolo tutti i loro comportamenti tipici e gli stereotipi del loro agire. Non a caso a dir poco geniale è la scena del dialogo tra i due nella residenza di Hynkel in cui entrambi cercano ogni stratagemma possibile per prevaricare l'altro in modo da metterlo, idealmente e non, in secondo piano. 
Altrettanto "dissacrante" nei confronti del regime è scelta adottata dal regista di far corrispondere la figura del dittatore a quella del barbiere ebreo; in questo modo quando il secondo viene scambiato per il primo non si nota nessuna differenza fisica, ma grande è invece quella sul piano ideologico. Il solo fatto quindi di soppiantare il Führer con un personaggio ebreo rappresenta un enorme smacco per Hitler in primis e per tutto il regime di conseguenza. 
Chaplin lo sa bene quando decide di realizzare quest'opera e ammette anche che se avesse solo ipotizzato a cosa sarebbe giunta la follia nazista probabilmente non se la sarebbe mai sentita di girare una parodia sul tema; tuttavia questo film serve anche e soprattutto per mostrare la sua presa di posizione nei confronti dello stesso regime. Il discorso finale infatti rappresenta idealmente il suo pensiero.
Nonostante le varie censure e i divieti di distribuzione in Europa in quegli anni il film riceve svariate nomination e premi che mostrano come esso sia un'opera di inestimabile valore artistico e morale; a tutt'oggi rimane uno dei maggiori capolavori dell'intera storia del cinema.
Vi segnalo un ottimo post a tema musicale legato alla scena in cui Chaplin/barbiere sta radendo un cliente sulle note di Brahms.
http://piccoliviaggimusicali.blogspot.it/2014/07/danza-ungherese-n-5-3-cult-movie-il.html?spref=fb
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mercoledì 9 luglio 2014

Solo gli amanti sopravvivono... non può che essere così

Bon jour a tutti voi! Contavo di scrivere un po' prima, ma troppe cose mi hanno fatto rimandare fino ad oggi... tuttavia ne è valsa la pena perché ho intenzione di proporvi un film davvero molto bello! Si tratta dell'ultima opera di Jim Jarmusch Solo gli amanti sopravvivono.
I due protagonisti, Eve a Adam, sembrano due persone qualsiasi; Eve vive a Tangeri circondata da arte e libri di ogni tipo, mentre suo marito Adam a Detroit dove sperimenta continuamente nuova musica. Tuttavia ben presto si scopre e che in realtà essi sono due vampiri: dormono di giorno, vivono di notte e regolarmente fanno rifornimento di sangue per continuare a sopravvivere. Le loro giornate scorrono sempre uguali, quasi monotone, circondati solo da "zombie" (come vengono definiti gli umani) che non fanno altro se non distruggere quello che gli circonda. La lontananza non fa per loro quindi Eve decide di raggiungere il compagno a Detroit per assicurarsi che stia bene e, soprattutto, lontano dai guai e dai proiettili di legno. Tutto improvvisamente cambia però quando in città arriva la sorella di Eve, Ava, spirito ribelle e inquieto che non si fa problemi a succhiare tutto il sangue da un umano pur di nutrirsi, preferendo questo metodo ormai "datato" a quello usato dalla coppia basato sulla corruzione di medici e ricercatori. Occorre sbarazzarsi del cadavere e per non lasciare tracce Adam e Eve decidono di ripartire insieme per Tangeri dove hanno intenzione di ricongiungersi col loro antico amico Marlowe, che è anche il fornitore di sangue non contaminato di Eve. Qui però troveranno il vecchio morente e senza scorte cosa che costringe i due ad andare alla ricerca per sopravvivere.
Sebbene la scelta del tema "vampiri" possa apparire scontata e banale visto il recente e stra-usato filone questa realtà è diversa. Jarmusch sceglie di mostrare un lato diverso di ciò, ovvero il rapportarsi di tali figure con il mondo; esse possono vivere secoli senza invecchiare, vedono lo scorrere del tempo, l'evolversi delle civiltà e delle persone che le plasmano. Ma vedono anche e soprattutto la decadenza verso cui il pianeta si sta lentamente dirigendo a causa di quelle stesse persone che lo hanno plasmato. Non a caso i due protagonisti definiscono gli umani con il termine "zombie", sottolineando come ormai quest'ultimi sono solo lo spettro di quello che un tempo rappresentavano; corrosi da guerre e invidie sono solamente capaci di distruggere ciò che di positivo rimane sulla terra, lasciando al loro passaggio tracce di rovina.
In questo modo il regista mette in evidenza lo spirito che contraddistingue i due vampiri: essi sono capaci di osservare quello che li circonda, sanno dare il giusto nome e il giusto valore ad ogni cosa, amano l'arte e la natura e si accorgono quando qualcosa non è al suo posto. Se si volesse riassumere in una parola quello che Adam e Eve fanno si potrebbe semplicemente dire che Amano. Nel corso dei secoli, in ogni città in cui hanno vissuto, anche se separatamente, loro hanno saputo riconoscere le persone che sono state capaci di creare cose belle e utili per il genere umano, contornandosi di volta in volta di musicisti, scienziati, scrittori ecc...
Sono loro, sono Eve e Adam che nonostante gli ostacoli sopravvivono a tutto e tutti perché, dice saggiamente Jarsmusch, sono amanti, si amano ed amano da secoli e continueranno a farlo; questa è la loro forza capace di andare oltre ogni possibile problema facendoli sopravvivere al resto. 
Anche se noi non siamo vampiri dovremmo prendere esempio dai due protagonisti; dovremmo cercare di amare un po' di più, di prenderci cura gli uni degli altri senza fare distinzioni. 
Quello di Jarmusch è un monito a ripensare le nostre esistenze migliorandole; la sua è un'analisi profonda del comportamento che troppo spesso viene etichettato come "diverso", ma è proprio questo diverso che fa la differenza, che vede le cose nella giusta prospettiva riconoscendone l'importanza. 
                                                                                                                                                     5

giovedì 3 luglio 2014

Maps to the stars: la mappa di Cronenberg

Carissimi! ho dovuto pensarci un po' su prima di scrivere questo post perché il film in questione richiede, dopo la sua visione, qualche giorno di tempo per assimilarlo bene... Eh sì perché l'opera in questione è l'ultimo capolavoro del maestro David Cronenberg Maps to the stars.
Nella mondana e glamour California la famiglia Weiss vive serena dedicando tutte le proprie attenzioni alla ricerca del successo nel mondo dello spettacolo. Il marito è un famoso terapista televisivo che annovera tra i suoi clienti star di fama internazionale, ma con profondi traumi psicologici; la moglie spende ogni energia nello seguire la carriera attoriale del figlioletto adolescente e quest'ultimo cerca di mantenere costante il suo status di celebrità. Tuttavia la loro vita non è così idilliaca come sembra; celano infatti un cocente segreto legato all'altra figlia Aghata di cui è severamente vietato parlare.
E' proprio lei però a far tornare a galla tutti i problemi e le insicurezze così accuratamente celate al mondo esterno; dopo anni passati in clinica di cura decide di ritornare per, come dice lei, "fare ammenda". Trova lavoro presso una famosa attrice, che guarda caso è in cura dal padre, ossessionata dalla madre morte e dal voler a tutti i costi interpretare il ruolo che la rese celebre. Aghata tenta in tutti i modi di riallacciare i legami con la famiglia, soprattutto con il fratello Benjie, a cui in passato ha causato più danni di tutti, ma per fare ciò dovrà ricorrere a conseguenza estreme.
Cronenberg continua a stupire con la semplice complessità delle sue trame; storie all'apparenza facili che in realtà celano mondi suddivisi in vari substrati emotivi, strettamente connessi tra loro ma al contempo ognuno con la propria indipendenza. Nello specifico di quest'ultima pellicola il regista vuole contrapporre la banalità della vita mondana, quella tanto sognata da noi comuni mortali e ostentata da vip e celebrità, con la complessità di ciò che in realtà si cela dietro tutto questo.
Diversi sono gli esempi che egli ci presenta con differenti problematiche che, per casualità (o forse no), sono connesse tra loro. Stafford Weiss da bravo terapista cura tutti tranne sé stesso e la sua famiglia, preferendo costruire uno spesso muro dietro cui nascondersi; sua moglie Cristina cerca di proteggere il figlio dal ritorno della sorella, ma al contempo vorrebbe anche tentare di riallacciare una parvenza di rapporti con lei sentendosi colpevole per averla abbandonata. Benjie è forse tra tutti quello che più comprende Aghata perché inizia a trovarsi nello stesso stato d'animo in cui lei compì il gesto di cui nessuno vuole parlare e poi Aghata stessa che, venuta a conoscenza di segreti sui genitori, cerca di porvi rimedio. Infine c'è Havana, l'attrice problematica, che vive il suo personale dramma facendone subire le conseguenze su chi le sta attorno, ma che infine ne pagherà tutte le conseguenze.
Cronenberg ci mostra tutto ciò senza però darci la chiave della soluzione perché il lavoro difficile, quello di indagine e ricerca spetta a noi. Ci fornisce tutti gli strumenti di cui abbiamo bisogno per comprendere la storia, ma l'analisi profonda delle singole vicende è un compito nostro che avrà sfumature sempre diverse perché occhi sempre diversi guarderanno queste vicende trovandovi all'interno ogni volta particolari nuovi.
Non rimane dunque, se non l'avete già fatto, che concedervi un paio d'ore da dedicare a questo maestro del cinema contemporaneo!
                                                                                                                                                    5


domenica 29 giugno 2014

Departures che sono partenze

Per concludere in bellezza la settima, mes chères, ho deciso di rimanere nell'ambito del cinema orientale e proporvi un film che a me personalmente è piaciuto molto per la sensibilità con cui racconta la storia. La pellicola di cui vi parlerò è quindi Departures di Yojiro Takita.
Protagonista è il giovane Daigo, violoncellista appena rimasto disoccupato a causa dello scioglimento dell'orchestra in cui suona, che si ritrova a dover traslocare con la moglie per i costi elevati del vivere in città. Decidono così di ritornare nel paese natale per cercare di ricostruirsi una vita. Qui però le cose non sono semplici come immaginavano; trovare un lavoro non è cosa facile, soprattutto uno che piaccia a Daigo finché non gli salta all'occhio un annuncio che attira la sua attenzione. Si presenta quindi a un'agenzia il cui compito è quello di accompagnare le persone "che partono per dei viaggi"; non sa però che il viaggio in questione è l'ultimo che faranno. L'agenzia è un'agenzia funebre.
Daigo viene assunto con il compito di tanatoesteta (dare un aspetto consono e decoroso ai defunti); seppur non convinto del nuovo impiego torna a casa per festeggiare con la moglie tenendole però nascosta la sua vera mansione. Inizia così la sua doppia vita fatta di silenzi e soste al bagno pubblico per togliersi di dosso l'odore di morte prima di tornare a casa. Tutto questo tuttavia non può durare e la moglie presto viene a conoscenza di quello che realmente fa; per la vergogna abbandona in marito trasferendosi in città. Nonostante tutto Daigo continua a fare il tanatoesteta comprendendo sempre meglio l'importanza che il suo ruolo ha per i parenti del defunto e per il defunto stesso. Parallelamente riscopre anche, grazie al violoncello che suonava da bambino, l'amore sopito per la musica che lo aiuta nel percorso di riscoperta di sé. Inaspettate sorprese sono in serbo per lui...
La musica viene scelta dal regista Takita come fil rouge che guida il protagonista attraverso una fase cruciale della sua vita e lo aiuta a superare i momenti bui rischiarandone la via. E' sempre la musica poi a fare da sottofondo alle cerimonie religiose fungendo da lenitivo al dolore dei presenti per la dipartita del loro caro. Tema difficile quanto tabù in Giappone la morte viene affrontata con un approccio particolarmente delicato e sensibile, mostrandone il lato positivo, quello del lasciare la materialità terrena per qualcosa di più elevato e spirituale. Come sottolinea l'annuncio dell'agenzia funebre la morte rappresenta un viaggio, un viaggio che richiede un'accurata preparazione racchiusa all'interno di un rito in cui ogni passaggio, ogni minimo gesto è fondamentale per far sì che il defunto possa intraprendere serenamente il suo ultimo cammino. 
Questo cammino rappresenta anche la maturazione di Daigo, il suo prendere coscienza dei suoi limiti e delle sue capacità per poter finalmente fare pace con il passato e guardare serenamente al futuro. Benché la carriera di musicista non sia quella a lui più consona Daigo non rinuncia a suonare, anzi ne riscopre la bellezza proprio nel momento in cui ciò non è più la sua fonte di sostentamento economico. La musica quindi diventa per lui quello che per i morti è la cerimonia funebre: un'elevazione spirituale verso qualcosa di altro e alto. 
Se il film che vi ho proposto ieri è delicato nel modo di dialogare tra protagonista e spettatori questo lo è ancora di più; vi consiglio di guardarlo!
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sabato 28 giugno 2014

Brother Kitano

Rieccomi qua dopo un'immaginaria vacanza nel Principato monegasco per cambiare completamente genere e proporvi un film che però parla sempre di famiglia in qualche modo. 
Ecco dunque a voi Brother di Takeshi Kitano.
Protagonista della storia è Yamamoto, uomo di mezza età, a cui è stata sterminata la famiglia in Giappone ad opera di bande rivali che si contendono il controllo del territorio e il conseguente profitto che ne deriva. Ormai solo e in pericolo decide di scappare in America dove si trova il fratello minore che nel frattempo è diventato un piccolo spacciatore di droga. Qui però Yamamoto non riesce a stare con le mani in mano e decide quindi, pur non conoscendo una sola parola di inglese, di mettere in piedi un suo commercio di stupefacenti, includendovi il fratello e alcuni suoi amici spacciatori. In breve tempo si viene a costituire attorno a lui una vera e propria famiglia in cui i vari membri sono disposti a sacrificarsi pur di salvargli la vita. La pace tuttavia non può durare e, man mano, gli altri clan locali intraprendono una lotta senza quartiere per impossessarsi nuovamente dei territori persi: non sanno a cosa vanno incontro; la furia di Yamamoto, perennemente calmo all'apparenza, si riversa senza pietà su di loro eliminandoli uno ad uno. Tutto ciò fino a che non interviene la Mafia italiana che non accetta il nuovo nucleo straniero ogni giorni più potente; darà così vita ad una vera guerra destinata a sfociare inesorabilmente in un massacro.
Kitano, regista e protagonista, mostra con uno stile del tutto personale, quello stile che lo ha reso famoso alla critica mondiale, una storia di famiglia. E' però una famiglia particolare, non per forza unita da legami di sangue ma sempre fedele tra i suoi membri. Kitano indaga i rapporti all'interno dei clan che trafficano in droga, mostrando come le parentele siano del tutto o quasi inutili perché quello che conta non è il legame familiare ma la lealtà al capo banda da parte dei suoi sottoposti.
Anche se fratelli Yamamoto e Ken vivono esistenze completamente separate, senza troppo curarsi dei problemi dell'altro; persino del momento clou, quello in cui si richiederebbe il sostegno maggiore, si preferisce scappare pur di salvarsi la vita. Che poi l'esito sia favorevole o meno questo è da vedere.
Genere preferito dal regista, Kitano alterna scene di violenza, a volte quasi splatter, frenetiche e veloci a lunghe pause in cui dominano i silenzi e gli sguardi lanciati di sottecchi come a voler studiare le mosse di un possibile avversario per carpirne la strategia. Su tutti poi spicca la sua figura, quella di Yamamoto, un samurai contemporaneo senza dimora e senza niente da perdere se non la sua vita che comunque non considera come un bene così prezioso. Figura enigmatica e silenziosa sa molto prima di tutti gli altri quale sarà il suo destino e lo accetta consapevole di ciò che esso comporta.
Non tutti i registi sono capaci di trasmettere emozioni profonde con semplici sguardi e tanti silenzi, ci vuole particolare tatto a abilità nel dialogare con e attraverso la macchina da presa. Kitano ha questo dono.
Benché io preferisca altre sue opere non posso dire che questa non mi sia piaciuta..
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giovedì 26 giugno 2014

Grace: musa del mondo

Bon jour, bon jour! Oggi mi sento particolarmente in vena glamour e il francese direi ci va a nozze! quindi ho pensato bene di portarvi a fare un giro lungo le coste del Principato di Monaco e all'interno del palazzo reale nel periodo attorno agli anni '60 perché voglio parlarvi di un film che ha suscitato parecchie polemiche alla sua uscita: Grace di Monaco diretto da Olivier Dahan.
Come forse saprete la pellicola è un biopic ispirato alla vera storia della principessa Grace di Monaco, moglie del principe Ranieri ed ex musa di Alfred Hitchcock. In particolare vengono analizzati gli anni in cui emergono i contenziosi tra Ranieri e il presidente francese De Gaulle e in cui nasce una crisi matrimoniale e d'identità che coinvolgono in pieno Grace.
Diventata principessa solo da qualche anno Grace si ritrova a dover fare i conti con un presente in cui non si sente la protagonista, in cui non si sente sicura del suo ruolo di altezza reale e, soprattutto, del suo ruolo all'interno del nucleo familiare. Vorrebbe tornare a recitare, Hitchcock arriva a Montecarlo con il solo scopo di proporle il ruolo principale nel suo prossimo film Marnie, ma è fortemente combattuta, divisa tra la posizione diplomatica che ora si trova a dover ricoprire e quello che vorrebbe fare veramente. A complicare le cose ci si mette pure De Gaulle che minaccia di invadere il principato se non cede alle sue richieste economiche, mettendo in crisi il principe Ranieri sempre più distante dalla famiglia e intollerante a qualsiasi richiesta della moglie. Seppur abituata a confrontarsi con la stampa ora Grace ne scopre il lato peggiore, quello capace di screditarla agli occhi del mondo e in particolar modo a quelli dei suoi sudditi che iniziano a perdere fiducia in lei. Dovrà per tanto rimboccarsi le maniche a dare prova di quello che sa fare, rivelando il suo carattere combattivo e tenace, capace di riconquistare il mondo intero e aiutare il marito nei suoi problemi salvando così Principato e matrimonio.
La figura di Grace viene quindi messa in primo piano fin dall'inizio da Dahan, oscurando quella di tutti gli altri personaggi, Ranieri compreso, e suscitando le ire della famiglia reale che vorrebbe se non proibirne l'uscita almeno modificarne alcune parti. Tuttavia questo è un film biografico sulla vita, o almeno una parte fondamentale, della principessa, sul come essa sia stata capace di fare delle scelte dettate dall'amore materno sacrificando quello che per lei contava molto: la sua carriera di attrice. Grace sapeva che sposando un principe avrebbe per forza di cose dovuto abbandonare il palcoscenico, ma nel profondo del suo cuore la speranza non era mai morta e Hitchcock l'aveva risvegliata proponendole la parte di Marnie (andata poi a Tippy Hedren). A causa dei problemi economici del Principato, dovuti a scontri con la Francia, il suo matrimonio subisce un duro colpo che la porta addirittura a pensare ad un possibile divorzio; non potendo contare sul solo supporto di Ranieri per risolvere la questione Grace si affida ad uno dei suoi più cari amici capace di guidarla verso la giusta soluzione e soprattutto attraverso un percorso di riscoperta delle proprie capacità.
E' proprio su ciò che il regista pone l'accento: il coraggio dimostrato da Grace non solo nel compiere delle scelte decisive, ma anche nel far emergere la sua personalità forte capace allo stesso tempo di conquistare i cuori di tutti e di risolvere problemi diplomatici. E' lei, sembra dire Dahan, il cuore pulsante del Regno monegasco, è a lei che tutti guardano come modello da imitare, non solo di stile ed eleganza, ma in particolar modo di carisma. Tutto ruota intorno a lei, gli altri sono solo personaggi secondari, per quanto importanti.
Non c'è quindi da stupirsi che il film sia stato contestato, ma ciò non toglie che sia un'opera intima e personale su di un grande personaggio del mondo del cinema  e non.
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