mercoledì 10 settembre 2014

Persona: dualità/unicità in Bergman

Oggi carissimi voglio fare un passo indietro nella storia del cinema per farvi scoprire, se non lo avete già visto, un film che a mio parere per quando possa apparire "incomprensibile" è bellissimo. Si tratta forse di una delle massime opere, probabilmente quella più compiuta, in cui risiede ovvero tutta la poetica di uno dei più grandi registi europei dagli anni '40 ai '70: Ingmar Bergman. Il film che ho scelto è invece Persona.
La famosa attrice Elisabeth Vogler durante una performance teatrale ha un crollo e si blocca incapace di andare avanti o di muoversi; riesce solo a ridere senza un apparente motivo. In seguito però si chiude in un mutismo assoluto e viene perciò ricoverata in un ospedale psichiatrico affidata alle cure della giovane infermiera Alma. Dato che ogni tentativo sembra inutile la dottoressa che segue il caso propone ad Alma di trasferirsi con la paziente per un certo periodo nella sua casa in riva al mare, sperando così in un qualche miglioramento. Qui in un isolamento pressoché totale inizia una particolare relazione tra le due donne; due caratteri opposti che convivono fianco a fianco. Elisabeth continua a non parlare ma ascolta pazientemente Alma raccontarle della sua vita, dei suoi amori, di come abbia scelto la carriera infermieristica. Si trasforma nella perfetta confidente che sa come farsi capire nonostante si rifiuti di emettere qualsiasi suono. Al contempo Alma sembra aver trovato nell'attrice la sorella che non ha mai avuto, che la capisce senza giudicarla e la consola quando è triste.
Questo rapporto però non è destinato a durare; troppo viene detto e rivelato, anche ad altri e porta le due donne ad allontanarsi in modo secco e senza preavviso, ognuna accusandosi silenziosamente o meno degli errori fatti in passato.
Con Persona Bergman crea un piccolo capolavoro di psicologia sentimentale; mette a confronto due diverse personalità che però hanno molto in comune tanto da arrivare quasi a sovrapporsi una sull'altra, a diventare un'unica entità. Da un lato infatti c'è Elisabeth il carattere più forte, quello dominante incapace però di amare davvero o di provare un qualche tipo di sentimento profondo; dall'altro lato c'è invece Alma giovane e inesperta del mondo che si confida senza pudore sperando in un conforto in cambio di un amore puro. Il regista ce le mostra prima separatamente per marcarne le differenze, poi insieme per mostrare come in fin dei conti esse non sono poi così diverse tra loro; interessanti sono due sequenze una a metà film circa in cui Bergman le accosta fin quasi, con un gioco di dissolvenze, a fonderle in una sola persona (che sia Alma o Elisabeth non si sa) e una alla fine in conclusione dove, riprendendo una scena iniziale, il volto di Elisabeth si trasforma gradualmente in quello di Alma. Anche il rapporto che si instaura tra le due è simbolico, si potrebbe quasi parlare di un amore omosessuale ma non corrisposto tra il carattere debole (che è quello che ama) e il carattere forte (che al contrario non ci riesce); questo tipo di amore viene tuttavia tradito attraverso una confessione al mondo esterno. 
Di tutt'altro aspetto ma pur sempre particolare è invece l'incipit del film: Bergman sceglie di accostare tra loro immagini che non hanno niente in comune essendo per soggetto e tema tutte diverse. Perché lo fa? Probabilmente per mostrare le capacità oniriche del cervello umano, quello che esso è in grado di affiancare in un unico sogno e condizionarne poi la psiche; alla fine della carrellata si nota infatti un bambino che si sveglia e si mette a leggere... forse è proprio il suo sogno.
In tutti i suoi film Bergman gioca con l'onirico e ciò che esso comporta poi sul piano reale; qui lo fa più che in qualsiasi altra sua opera tanto che spesso lo spettatore si confonde, non capisce più quale sia la realtà e quale il sogno. Come con le due protagoniste: alla fine non sappiamo quale delle due "sopravviva" all'altra. 
                                                                                                                                      4 e mezzo

martedì 9 settembre 2014

Beethoven e la sua amata immortale

Bon jour à tout le monde! Finalmente dopo quasi un mese torno a scrivere qui sul blog e, vi prometto, adesso lo farò molto più assiduamente!
Per riprendere al meglio ho pensato di parlarvi di un film che si ispira ad una storia vera (e che storia!) fattomi scoprire da una cara amica interessata di musica. Il personaggio di cui parla l'opera è niente meno che Ludwig van Beethoven mentre il film è Amata immortale diretto da Bernard Rose, lo stesso regista di Il violinista del diavolo di cui ho scritto un paio di post fa.
Beethoven è appena morto nella sua casa di Vienna il 26 marzo 1827 e già i fratelli se ne contendono l'eredità quando, rovistando nella confusione di carte e spartiti, il suo amministratore e amico Schindler scopre una lettera in cui il maestro ha scritto il suo ultimo testamento: "la mia musica e tutte le mie proprietà andranno ad un solo erede... la mia amata immortale". Non c'è però il nome della donna e così, da questo momento, inizia un viaggio a ritroso nel tempo per cercare di scoprire chi è stato il vero grande amore del musicista. Nel suo percorso Schindler si confronta con tre diverse donne, ognuna a suo modo legata sentimentalmente a Beethoven. 
La prima è la contessa Guicciardi che lo incontra ancora adolescente quando il padre lo assume perché le faccia da insegnante di pianoforte; lei lo conosce quando la sordità inizia vincerlo ma nonostante tutto se ne innamora ed è disposta a sposarlo. Sarà il padre ad impedirne il matrimonio per questioni sociali e politiche. Giulia non può quindi essere l'amata immortale della lettera.
La seconda donna della vita del compositore è Anna Marie Erdoby, nobile ungherese e madre di tre figli, trascorre molto tempo con lui e instaura un legame intenso e duraturo fino alla morte del suo primogenito avvenuta in conseguenza di un attacco militare da parte delle truppe di Napoleone che stanno invadendo l'Europa. La separazione tra i due è dolorosa ma in fin dei conti inevitabile. 
Schindler è sempre più spiazzato dalla situazione ma, facendo alcuni riscontri, arriva a Karlsbaad, luogo in cui Beethoven trascorreva del tempo e dove, dopo aver guardato i registri delle presenze, nota la firma di una terza donna, una donna che scoprirà essere l'amata immortale, il tutto, l'alter ego del musicista. Ma quest'ultima donna non sa di essere il grande amore di Ludwig fino a quando Schindler stesso le mostra la lettera scrittale molto anni addietro e, per una serie di sfortunate coincidenze, mai letta.
Rose compie un ottimo lavoro di ricostruzione biografica decidendo solo di svelare a noi spettatori chi fosse questa "amata immortale" che riuscì a sconvolgere profondamente la vita del compositore; nella realtà invece essa rimane tutt'ora ignota. Il regista sceglie inoltre di partire dalla fine, ovvero dalla morte di Beethoven e compiere un percorso a ritroso nella sua vita dal momento in cui la sordità lo prende impedendogli di continuare a godere del successo che gli spetta. E' da questo momento che il musicista inizia ad isolarsi dal mondo, a diventare taciturno, scontroso e a volte violento; la gente, non comprendendo quello che gli sta accadendo, lo giudica negativamente, lo critica e a volte lo deride (soprattutto nei concerti che tiene). Ciò viene mostrato molto bene grazie a interessanti sequenze in cui, per far capire la condizione del musicista, i suoni arrivano a noi che guardiamo il film in maniera molto ovattata, appena udibili; è questa una sensazione molto debilitante, ma che ci dà la percezione del mondo in cui suoi malgrado Beethoven si ritrova a vivere. Da notare la scena in cui, a casa della contessa Guicciardi, mentre suona appoggia l'orecchio al pianoforte per sentire le vibrazioni prodotte dai tasti. Anche se ormai i suoni non sono più udibili egli riesce comunque a percepirli guardando uno spartito o i tasti dello strumento. 
Ecco allora che le figure delle tre donne acquistano un ruolo importante per l'evolversi della sua vita e della sua carriera; ognuna a suo modo lo ama e lo sostiene, portandolo a fare scelte che magari altrimenti non avrebbe mai fatto, giuste o sbagliate che siano. Esse sono tre caratteri completamente differenti tra loro, messi ben in luce dal momento in cui si trovarono a confronto con Ludwig; solo una però riusce a conquistarlo veramente e per tutta la vita.
Il fatto che Rose scelga di mostrarci chi è deviando dalla storia vera non va letto come uno svantaggio per il film, non sminuisce il genere biopic; dà semplicemente la conclusione che tutti bene o male vogliamo: scoprire chi è la donna. Il mistero rimane in ogni caso sempre presente.
Forse però guardando il film ci viene voglia di andare a indagare un po' di più la vita di uno dei maggiori compositori e musicisti del XIX secolo... per chi volesse approfondire vi lascio il link al blog della mia amica Erica che vi dà qualche spunto in più musicale:
http://piccoliviaggimusicali.blogspot.it/2014/10/inno-alla-gioia-5-e-moonlight-1-cult.html?spref=fb
                                                                                                                                                    4

domenica 17 agosto 2014

Shutter Island: l'isola della mente

Bon jour! E' da un sacco di tempo che non scrivo (ultimamente non ho molto tempo per vedere film), ma finalmente sono riuscita a vedere una pellicola che avevo voglia di guardare da molto tempo. L'opera in questione è stata realizzata da uno dei maggiori registi italo-americani contemporanei: Martin Scorsese mentre il film è Shutter Island.
L'agente federale Edward Daniels viene mandato, su sua richiesta, insieme ad un collega sull'isola di Shutter Island dove ha sede un istituto di cura per criminali malati di mente per risolvere un anomalo caso di sparizione. Qui risiedono i pazienti più pericolosi e nessuno può scappare: l'unica via d'uscita è il molo sorvegliato ventiquattrore su ventiquattro da guardie armate; eppure una di loro sembra esserci riuscita. Però questo non è il solo motivo perché Teddy è venuto; sa che detenuto qui c'è anche il piromane responsabile dell'incendio che uccise sua moglie e i suoi figli. E' determinato a parlargli per risolvere i conti aperti col passato e smettere finalmente di avere incubi. Tuttavia sia i medici che i poliziotti che lavorano nell'istituto sembrano cercare in tutti i modi di ostacolare le indagini; sembra che vogliano nascondere la verità sull'evasa, ma anche sugli esperimenti che stanno compiendo sui pazienti. Il caso si infittisce e Teddy inizia a sospettare di tutti, anche del suo collega che scompare misteriosamente... ucciso? scappato?
L'agente sembra essere vicino alla soluzione quando trova, in una grotta celata tra le scogliere dell'isola, la presunta paziente scomparsa che in realtà si rivela essere una stimata psichiatra costretta a nascondersi perché non condivide più i metodi sperimentali adottati dai suoi colleghi che prevedono l'uso della lobotomia per calmare i detenuti. Queste barbare operazioni, rivela, si svolgono all'intero del faro; Edward è deciso ad andarci perché crede che il suo compagno sia stato portato lì, ma quando arriva scopre che la realtà è ben diversa...
Il regista mette a dura prova lo spettatore, gioca con la sua mente facendogli credere, come ha fatto con lo stesso protagonista, ciò che vuole ma che non è necessariamente la verità o la realtà. Noi diventiamo Teddy, riviviamo con lui i suoi incubi, il massacro avvenuto nel campo di concentramento di Dachau di cui è stato testimone e le continue visioni che ha della moglie morta che lo esorta a scappare dall'isola. Lui si sente colpevole per non essere riuscito a salvare tutti quegli ebrei, in particolare una bambina che in ogni sogno lo accusa di non essere arrivato in tempo e che spesso si affianca alla figura della moglie causandogli dolorose emicranie. Tutto ciò lo spinge a cercare ancora di più la verità nascosta tra le spesse mura dei padiglioni del centro, a cercare il piromane che ha distrutto la sua vita per perdonarlo o per ucciderlo; non c'è via di mezzo. Nei giorni che passa sull'isola però si scontra con la sua figura antitetica: il dottor Cawley. Quanto il primo si lascia guidare da emozioni e sentimenti tanto il secondo è razionale e metodico, pronto a sperimentare nuovi metodi in nome della scienza. 
Scorsese si serve di queste due figure per costruire la storia del film; le mette ai lati della stessa scacchiera e osserva cosa succede, chi farà scacco matto a chi. Le mosse fatte da entrambi si basano su un profondo gioco psicologico costituito da continui tranelli che alterano il corso dei successivi eventi. Teddy, e di conseguenza noi, crede di avere la vittoria in pugno, pensa di essere vicino a scoprire la verità, ma è davvero questa la verità? Alla fine lui capisce quale essa sia, anche quando appare chiaro l'esito, ma sintomatica è l'ultima frase che pronuncia prima di avviarsi incontro al suo destino: "Cosa sarebbe peggio? Vivere da mostro o morire da uomo per bene?" Con questa conclusione dimostra allo psichiatra che sa ma che preferisce nonostante tutto l'altra opzione.
La frase non va sottovalutata e il regista ha deciso di concludere il film così per farci riflettere, lasciare aperta una finestra di discussione sui meccanismi messi in moto dalla mente umana per difendersi da un dolore a cui non riesce a far fronte altrimenti. E', sembra suggerire, un modo per non giudicare, ma provare a capire e comprendere.
Non tutti ne sono capaci, ma magari dopo aver visto questo film ci si sforzerà un po' di più.
                                                                                                                                        4 e mezzo

martedì 29 luglio 2014

Locke. Il viaggio di una vita

Bon soir! Spesso i film migliori sono quelli che passano in sordina, che non vengono ammessi ai grandi festival o a cui viene riservata un'attenzione secondaria. A volte addirittura non escono in sala (molto frequentemente è proprio quello che accade in Italia). La pellicola di cui vi parlerò in questo post è stata presentata, fuori concorso, alla 70° mostra del cinema di Venezia ed è un vero gioiellino: si tratta di Locke diretto da Steven Knight.
L'intera storia si svolge in una notte, in un'auto guidata da Ivan Locke. Ivan ha deciso di rivoluzionare completamente la sua vita; al volante della sua vettura si sta dirigendo in direzione sconosciuta dove la persona con cui ha trascorso una sola notte insieme nove mesi prima sta per partorire. Lei, naturalmente, non è sua moglie che, al contrario, lo sta aspettando a casa con i figli per guardare la partita di calcio. Non è però tutto... Locke è anche il capocantiere del più importante progetto non militare di costruzione edile in quanto a dimensioni e, proprio la sera prima della grande colata di cemento in cui tutto deve essere preciso al dettaglio, decide di lasciare il cantiere in mano al suo assistente per recarsi a Londra. 
Inizia così una lunga serie di telefonate in viva voce per risolvere qualsiasi problema relativo alla "grande colata" con assistenti, dipendenti e capo perché, nonostante sappia di aver perso il posto con il suo comportamento, quello rimane sempre il suo palazzo e tutto deve andare come previsto. In contemporanea però chiama anche Bethan, la donna che gli sta dando un figlio, e la Katrina, la moglie per raccontarle tutto. Non contento intraprende pure un monologo con un passeggero invisibile a cui addossa tutte le colpe e da cui vuole con tutto se stesso dissociarsi. 
Knight non è il primo regista che si cimenta con un'opera la cui trama si svolge tutta in un'unico posto; prima di lui ci sono stati illustri esempi quali Lumet con La parola ai giurati e Polanski con il recente Carnage. Qui però si va oltre: l'azione si compie interamente all'interno di una macchina in un'ora e mezza. Inoltre il regista, quasi non fosse soddisfatto di ciò, si serve di un solo protagonista lasciando che tutti gli altri siano pure voci senza volto né corpo; spetta quindi a Tom Hardy (interprete di Locke) il farsi carico della rappresentazione nella sua interezza.
Fin da quando sale in auto noi spettatori diventiamo partecipi del suo tormento, siamo il passeggero seduto sul sedile posteriore che silenzioso ascolta tutte le telefonate e i monologhi che fa nel tentativo di compiere la scelta giusta per sé e per gli altri. Ivan è una brava persona, ottimo capocantiere, scrupoloso in ogni minimo dettaglio, buon padre e, fino a nove mesi fa, marito irreprensibile. Poi, dopo una notte di solitudine, tutto cambia; una donna di cui non sa niente se non che è sola rimane incinta e ora sta per dargli un figlio. Lui sceglie di fare la cosa che ritiene più giusta: prendersi cura di quel bambino; per farlo però è costretto a sconvolgere totalmente la sua vita e quella delle persone a lui legate. Perde così in un colpo solo tutto, ma è deciso a farlo per non ripetere gli errori che dal passato tornano a galla.
In questa ora e mezza di puro dialogo il mondo e il tempo spariscono, la sala diventa l'auto di Locke e noi ci immedesimiamo in lui, ne comprendiamo i suoi tormenti e li facciamo nostri: questo è lo scopo del film, lo scopo di Knight. A fine visione non si può che uscirne spossati, travolti dalle emozioni e dalla potenza espressiva di un unico interprete che è stato in grado di catalizzare la concentrazione dall'inizio alla fine sul suo volto. A voler essere onesti chi non si è identificato in lui, nei suoi discorsi o quanto meno nel modo di usare un viaggio in auto (in notturna per di più) per risolvere problemi quotidiani? 
Vi do soltanto un consiglio: non guardate questo film se siete stanchi perché per apprezzarlo appieno è richiesta una buona dose di attenzione. Per il resto merita di essere visto
                                                                                                                                       4 e mezzo 

mercoledì 23 luglio 2014

Il violinista del diavolo. Paganini e Garret: due artisti stessa musica

Oggi carissimi vi voglio parlare di di un film a tema musicale, ma che non è un musical (così chi non ama il genere può rilassarsi!); è un'opera che racconta la storia di uno dei più importanti musicisti/compositori della musica romantica. Si tratta ovvero di Niccolò Paganini e l'opera di Bernard Rose è Il violinista del diavolo.
Paganini fin da bambino dimostra un talento e una predisposizione naturale per la musica, in particolare per il violino, strumento che adotta per tutta la sua carriera; tuttavia non viene compreso, dal padre in primis, e poi dal pubblico che snobba la sua arte perché non del tutto convenzionale con i canoni del suo tempo. Non riesce quindi a diventare famoso e riscuotere quel successo che gli spetta di diritto. Questo fino a quando compare nella sua vita un misterioso personaggio, tale Urbani, che gli propone un accordo: successo, fama e potere in vita in cambio della sua anima quando morirà. Paganini accetta senza indugi e da questo momento in poi ogni palcoscenico d'Europa è suo e ogni volta il successo è maggiore del precedente. Naturalmente con tutto ciò crescono anche i vizi del musicista: donne, gioco d'azzardo, stupefacenti lo corrompono gradualmente fin nel profondo, ma non riesce a farne a meno (Urbani tollera e a volte incoraggia per il suo fine ultimo).
Arrivato a Londra, tra polemiche e manifestazioni per il suo comportamento libertino, il musicista conosce la giovane Charlotte, pura e candida fanciulla dalla voce angelica che, forse unica, riesce a farlo innamorare veramente, la sola capace di redimerlo dal suo passato. Però Urbani non può accettare ciò e, con ogni stratagemma a sua disposizione, fa sì che il rapporto tra i due si incrini irrimediabilmente. Da questo momento in poi Paganini non sarà più lo stesso.
Anche se il film non si rifà esattamente alle vere vicissitudine dell'artista mette comunque in mostra il suo genio, il suo talento, dono che in pochissimi hanno (la mobilità delle sue dita è dovuta, paradossalmente, ad una rara patologia). Per questa sua capacità venne addirittura definito come "il violinista del diavolo" in quanto si sosteneva che avesse stretto un patto con quest'ultimo pur di raggiungere il successo. 
Tutto ciò non toglie che Paganini fosse inarrivabile nel suo genere tanto che si arrivò a consideralo il primo violino al mondo. Il regista punta su questo aspetto scegliendo come interprete del maestro un altro grande artista contemporaneo, il violinista David Garrett che, come lo stesso Paganini, sperimenta usi nuovi per il suo strumento. Entrambi lo riadattano per musica non solo da camera ma anche per stili più "forti", sul rock andante, mostrando tutte le possibilità dello strumento stesso. Il primo, innovatore, autodidatta, compositore e improvvisatore di quasi tutti i brani che suonava (tanto che circolava il detto "Paganini non ripete") viene rappresentato nel film come l'antesignano del rocker moderno, cappotto lungo in pelle, occhialini tondi e scuri e capelli lunghi perennemente in disordine; il secondo, attraverso la sua interpretazione, potrebbe essere visto come il suo successore ipotetico (musicalmente parlando).
La pellicola, sottolineo, non deve quindi considerarsi come un film su Paganini in senso stretto (non è ovvero un biopic) perché le differenze con la realtà sono molte, ma va osservato dal punto di vista musicale, per cogliere le somiglianze che ci sono tra due diversi musicisti, ognuno dei quali unico nel suo essere, ma che condividono una passione comune: l'arte della musica, il violino.
Se siete curiosi di approfondire il tema prettamente musicale vi consiglio il post a tema del blog della mia amica Erica in cui troverete molte informazioni interessanti. Di seguito il link per la consultazione.
http://piccoliviaggimusicali.blogspot.it/2014/07/danza-ungherese-n5-4-topolino-e-cult.html?spref=fb
Se ben si guarda l'impostazione del film ricorda quella scelta da Milos Forman per il suo Amadeus (sulla figura di Mozart) che riscosse grande successo alla sua uscita. Questo per dire che se Rose avesse realizzato una pellicola fedele alla storia del violinista probabilmente nessuno o veramente pochi l'avrebbero guardata, io inclusa. Pertanto se vi va di vederla lasciatevi solo guidare dalla musica!
                                                                                                                                       3 e mezzo 
  

sabato 19 luglio 2014

La 25° ora: sogno o realtà?

Aujourd'hui mes chères vi propongo un film che fin dalle prime scene mi è piaciuto moltissimo e sono davvero poche le pellicole capaci di catturarmi dall'inizio alla fine! Ecco quindi La 25° ora di Spike Lee.
L'azione si svolge tutta a New York dove il protagonista, Monty Brogan, fa di "mestiere" lo spacciatore di droga; tuttavia viene incastrato da un conoscente, spacciatore anche lui, che non si fa problemi a venderlo alla polizia la quale trova nel suo appartamento svariati contanti e un chilo di eroina nascosti nell'imbottitura del divano. E' una magra consolazione per Monty scoprire chi l'ha tradito; la pena datagli è 7 anni di prigione. 
Monty, nella sua ultima giornata di libertà, ha 24 ore a disposizione da vivere, salutare amici e fidanzata e sistemare le cose con la sua coscienza. Non riesce però a capacitarsi pienamente dalla sua colpevolezza e, durante una cena con il padre, in un momento in cui si trova solo, inizia un lungo monologo in cui accusa tutto e tutti per la sua situazione; solamente alla fine capisce che in realtà la colpa è unicamente sua. 
Per "festeggiare" quest'ultimo giorno i suoi migliori amici, l'insegnante Jacop e l'agente di borsa Frank, e la sua fidanzata Naturelle gli organizzano una serata in discoteca che funga anche da tranquillante in vista di ciò che lo aspetta per i prossimi anni. Qui Monty si rende conto che per il suo aspetto fisico non avrà vita semplice in prigione; chiede quindi ai suoi amici il più grande favore che possano fargli per aiutarlo ad affrontare meglio il soggiorno forzato. 
Mentre è in macchina per raggiungere la prigione si ferma a pensare ad un'ipotetica venticinquesima ora e a cosa essa possa comportare; la scelta è sua se andare veramente in prigione o scappare..
Il film di Spike Lee è un vero e proprio omaggio sia alla città di New York che ai suoi abitanti, caratteri unici che rendono unica la stessa metropoli. La scelta poi di soffermarsi su di un solo personaggio, che in realtà mostra tutti gli altri, è particolarmente azzeccata perché permette a chi guarda il film di concentrarsi su di un'unica storia da cui si diramano tutte le altre. Monty rappresenta quasi il prototipo di newyorkese doc, ormai piccola minoranza in una città in cui predominano immigrati di diverse etnie; bianco, pallidino, magrolino, con la faccia da bravo ragazzo e umanamente predisposto alle buone azioni non può più sopravvivere in una società di squali dominata da pochi ricchi con le mani "in pasta" come il suo amico Frank. E' destino che si cacci nei guai, volente o meno.
Strepitosa è la scena del monologo davanti allo specchio del bagno nella quale Monty, arrabbiato per la sua condanna e perché non si sente veramente colpevole, se la prende con tutti riversando, ipoteticamente, la sua rabbia su coloro che in qualche modo hanno corrotto la società in cui vive, soprattutto (e qui vuole porre l'accento Lee) dopo l'11 settembre, e che gli ha dato sette anni di prigione. Tuttavia, dopo lo sfogo, si rende conto che in realtà la colpa è solo sua e delle scelte sbagliate che nel corso della sua vita lo hanno progressivamente portato sulla cattiva strada. Accetta perciò con rassegnazione il suo destino sperando per il meglio.
Nella parte finale del film il regista offre però la possibilità a lui e a noi spettatori di vivere una presunta 25° ora in cui immaginare come potrebbe essere il futuro se si prendesse una strada diversa; cosa succederebbe se invece di andare a destra si andasse a sinistra? cosa succederebbe se si venisse meno ai propri principi per inseguire vane speranze? La 25° ora è sì un viaggio apparente nello spazio e nel tempo, ma lascia in ogni caso un margine di decisione: Monty farà la cosa giusta? Noi al suo posto cosa faremmo?
Numerosi sono inoltre i riferimenti nel film ad altre pellicole famose come a voler creare un sodalizio con le grandi opere che hanno fatto la storia del cinema americano e della città di New York nello specifico; uno su tutti è il rimando (scena dello specchio) a Taxi Driver di Scorsese, alcune inquadrature sono pressoché identiche a quelle di C'era una volta in America di Leone, il personaggio di Monty in qualche dialogo si riferisce a caratteri presenti in Wall Street di Stone e così via (non ve le dico tutte perché lascio il resto della ricerca a voi)! Solo per questo è da considerarsi un film imperdibile ma, badate bene, da guardare con molta attenzione perché le strade di New York trasformano la metropoli in un'imponente scacchiera in cui il re Lee gioca in casa ed è pronto a lanciare il suo "scacco matto".
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venerdì 18 luglio 2014

Il grande dittatore: Chaplin rules

Bon jour à tout le monde! Finalmente ho un po' di tempo per proporvi un bellissimo, quanto famosissimo film da vedere se non l'avete già fatto... per il suo tema e per come è stato affrontato rappresenta a tutti gli effetti un "evento straordinario". L'opera in questione è Il grande dittatore di Charlie Chaplin.
Un barbiere ebreo perde la memoria nel corso di un'azione militare durante la Prima Guerra Mondiale e neanche il lungo periodo di degenza in ospedale riesce a fargliela recuperare; tuttavia fa comunque ritorno al suo negozio per riprendere la sua vita. Qui però scopre che i soldati dello stato della Tomania (in cui vive) imbrattano le sue vetrine con scritte denigratorie dei confronti della popolazione ebrea e si ribella. Il ciò prevederebbe l'impiccagione, ma il comandante Schultz (al quale il barbiere salvò la vita durante quell'azione in cui perse la memoria) riesce ad evitarlo, ricambiando in qualche modo il favore. 
Però le cose, in apparenza ancora tranquille, stanno per cambiare in quanto il dittatore Hynkel ha mire espansionistiche sui paesi vicini e si prepara a far scoppiare un'altra guerra. Nel frattempo il barbiere, al momento sano e salvo, inizia a provare più di un sentimento di simpatia per la giovane Hanna, ragazza come lui abitante del ghetto che non sopporta i continui soprusi dei soldati. 
La sete di potere di Hynkel tuttavia non cessa neanche davanti a degli ostacoli (tanto che lo stesso Schultz e il barbiere vengono internati in un campo di concentramento) ed anzi richiede la collaborazione del suo alleato Napoloni per l'invasione dell'Ostria. Durante la prima rappresaglia però avviene un "curioso" incidente che porta tutti a scambiare Hynkel per il barbiere (si somigliano molto), che nel frattempo era riuscito a evadere dal campo con l'amico Schultz; quest'ultimo si prodiga in ogni modo possibile per far sì che tutti credano che il barbiere sia effettivamente il dittatore. La prova del nove sarà il discorso che dovrà tenere davanti al popolo dell'Ostria..
Il film di Chaplin viene considerato un evento straordinario perché girato nel 1940, quando ovvero la Seconda Guerra Mondiale era da poco scoppiata e il potere di Hitler all'apice. La pellicola è una vera e propria parodia, non solo del dittatore tedesco, ma anche del suo alleato Mussolini volta a mettere in ridicolo tutti i loro comportamenti tipici e gli stereotipi del loro agire. Non a caso a dir poco geniale è la scena del dialogo tra i due nella residenza di Hynkel in cui entrambi cercano ogni stratagemma possibile per prevaricare l'altro in modo da metterlo, idealmente e non, in secondo piano. 
Altrettanto "dissacrante" nei confronti del regime è scelta adottata dal regista di far corrispondere la figura del dittatore a quella del barbiere ebreo; in questo modo quando il secondo viene scambiato per il primo non si nota nessuna differenza fisica, ma grande è invece quella sul piano ideologico. Il solo fatto quindi di soppiantare il Führer con un personaggio ebreo rappresenta un enorme smacco per Hitler in primis e per tutto il regime di conseguenza. 
Chaplin lo sa bene quando decide di realizzare quest'opera e ammette anche che se avesse solo ipotizzato a cosa sarebbe giunta la follia nazista probabilmente non se la sarebbe mai sentita di girare una parodia sul tema; tuttavia questo film serve anche e soprattutto per mostrare la sua presa di posizione nei confronti dello stesso regime. Il discorso finale infatti rappresenta idealmente il suo pensiero.
Nonostante le varie censure e i divieti di distribuzione in Europa in quegli anni il film riceve svariate nomination e premi che mostrano come esso sia un'opera di inestimabile valore artistico e morale; a tutt'oggi rimane uno dei maggiori capolavori dell'intera storia del cinema.
Vi segnalo un ottimo post a tema musicale legato alla scena in cui Chaplin/barbiere sta radendo un cliente sulle note di Brahms.
http://piccoliviaggimusicali.blogspot.it/2014/07/danza-ungherese-n-5-3-cult-movie-il.html?spref=fb
                                                                                                                                        4 e mezzo