lunedì 8 febbraio 2016

La migliore offerta: un uomo al centro dell'arte

Bonsoir!! Interrompo un momento i film dedicati alla notte degli Oscar per fare un salto nell'arte e proporvi un'opera di un paio d'anni fa molto interessante e per niente scontata. Si tratta di La migliore offerta di Giuseppe Tornatore.
Il richiestissimo e noto battitore d'aste, Virgil Oldman (un nome un programma!), è un uomo in apparenza tranquillo; vive solo, ha una mania per il controllo e il pulito, indossa sempre guanti ed è molto pignolo nel suo lavoro. Con la complicità dell'amico Billy nel corso degli anni è riuscito a impossessarsi di una fortuna in quadri; è il proprietario infatti di una vasta collezione di ritratti femminili custoditi gelosamente in una stanza di casa sua a cui solo lui ha accesso. Un giorno riceve una strana telefonata da parte di una ragazza che vuole sia lui a occuparsi della valutazione degli oggetti che possiede per poterli vendere. Seppur con riluttanza Virgil accetta l'incarico, ma non riesce mai a incontrarsi con la giovane la quale, affetta da agorafobia, preferisce tenere con lui un rapporto telefonico. Tuttavia con il passare dei giorni la relazione tra i due cambia, diventando più intima e personale finché Claire, questo il nome della ragazza, si mostra a Virgil. Da questo momento il mondo del battitore d'aste cambia completamente; non più freddo e meticoloso, ma più attento agli altri (Claire soprattutto) e ai sentimenti. Ciò avrà notevoli conseguenza sul suo futuro prossimo.
La migliore offerta è forse il film più internazionale di Tornatore: girato completamente in inglese vanta un cast di tutto rispetto ad iniziare dal protagonista Virgil/Geoffrey Rush e dal suo amico Billy/Donald Sutherland. Lo stile stesso della pellicola si nota essere molto più "europeo" che italiano; scorrevole, senza punti morti, accattivante quando serve e con un pizzico di mistero che permane fino alla fine.
Tema centrale è l'arte; quando Virgil ci porta nella sua stanza segreta possiamo ammirare numerose opere raffiguranti soggetti femminili che vanno dal XV al XX secolo. Tra gli artisti che compaiono si possono ammirare Raffaello, Tiziano, Dürer, Rubens, Goya, Renoir e molti altri. Le signore dei dipinti sono inoltre le uniche con cui il protagonista abbia mai intessuto una relazione; un amore puramente platonico, ma pur sempre sincero e incondizionato. Non a caso quando Virgil riceve la telefonata di Claire e accetta di lavorare per lei il suo modo di rapportarsi, non solo a una donna, ma agli altri cambia completamente; tutte le regole vengono infrante, l'interessa passa da una figura su tela a una in carne e ossa. 
Per guidarci un questa specie di metamorfosi e di evoluzione, del protagonista ma anche del film, Tornatore escogita un particolare espediente. Durante il primo sopralluogo alla villa di Claire il battitore d'aste trova alcuni pezzi di uno strano congegno che fa esaminare ad un amico; nelle successive visite ne trova molti altri che ben presto scopre appartenere a un automa costruito da Jacques de Vaucanson, illustre inventore del XVIII secolo capace di stupire tutti con le proprie creazioni. Man mano che la storia procede l'automa prende forma, due cose completamente diverse ma intrecciate; più quest'ultimo viene costruito più noi spettatori riusciamo a capire il film (la trama non è così semplice come appare) fino all'epilogo conclusivo.
Tutto infatti non è altro che un gioco tra realtà e finzione; bisogna solo capire dove finisce una e inizia l'altra e ciò si può fare cogliendo attentamente i dettagli che il regista dissemina durante il film. Il celarsi di Claire è uno stimolo segreto alla scoperta, scoperta che Virgil fa a sue spese, ma anche il nascondere le opere d'arte agli occhi del mondo per un uso privato fatto dall'uomo funge da stimolo perché esse diventino di altri.
Virgil, che all'inizio della storia ci appare come un uomo perfetto ma solo, finisce per rimanere un uomo solo, ma meno perfetto, una creatura in balia di una tempesta di emozioni che lo travolgono lasciandolo stordito a riflettere sul suo domani.
                                                                                                                                      3 e mezzo 

venerdì 5 febbraio 2016

Revenant: la sfida di DiCaprio

Eccomi di nuovo qui! 
E' tempo di iniziare a parlare un po' dei film in lizza, per una nomination o per l'altra, all'Oscar, la famosa statuetta placcata oro sogno o incubo di molti nel mondo della settima arte. Oggi in particolare ho scelto di proporvi il film su cui forse si riversano le maggiori attese, se non altro per il suo protagonista notoriamente sfortunato in tale circostanza... Avete capito a quale mi riferisco? Esatto: Revenant di Alejandro González Iñárritu.
Anni '20 del 1800. Un gruppo di soldati americani, cacciatori di pelli, viene attaccato da degli indiani che vogliono riprendersi ciò che è loro. In pochi, una dozzina, si salvano e guidati da Hugh Glass, l'uomo che meglio di tutti conosce quelle terre impervie e pericolose, cercano di far ritorno al loro fortino. Nascosto il bottino in attesa di tempi migliori il manipolo si mette in cammino, ma ben presto Hugh viene attaccato e quasi ucciso da una femmina di Grizzly. In fin di vita, per volere del comandate, viene trasportato fin quando possibile poi lasciato in custodia al figlio, a un giovane e ingenuo soldato e al cacciatore Fitzgerald che cerca ben presto, nonostante la promessa fatta, di liberarsi di lui per raggiungere gli altri e riscuotere il premio promesso. Lasciato solo, dopo aver assistito all'omicidio del figlio per mano dello stesso Fitzgerald, a Hugh non rimane che la sua voglia di vendetta per non soccombere alla morte e continuare a lottare...
La realizzazione del film ha inizio già nel 2001 e, dopo vari tentativi andati a male e più sostituzioni, si è giunti alla regia di Iñárritu che fin da subito ha impresso il suo stile all'opera. La trama si ispira, almeno parzialmente, alla vita del cacciatore di pelli Hugh Glass che, nonostante le numerose e mortali ferite riportate dopo l'attacco di un Grizzly, è riuscito a sopravvivere. 
Le riprese sono state effettuate tra il Canada e la Terra del Fuoco in Argentina, ambientazioni ottimali per descrivere e ricreare al meglio i paesaggi in cui si è mosso il cacciatore; il clima prevalentemente freddo e rigido (le scene sono state girate in autunno e in inverno) ha sfiorato minime di -30° mandando persino in tilt le camere degli operatori. Tutto ciò però ha contribuito a rendere la recitazione del cast molto più convincente. Inoltre, per volere dello stesso regista, non si è fatto ricorso né alla CGI né al green screen per far sì che gli sforzi e la fatica fatta fossero davvero reali.
Un grande aiuto arriva anche dal direttore della fotografia, Lubezki; la pellicola infatti è interamente girata con luce naturale e prevalentemente in esterno (non a caso una delle varie Nomination agli Oscar è proprio per la fotografia). Magistrali sono alcuni scorci, i tramonti con quel bagliore di fuoco e l'immortalare la forza degli elementi come il fiume in cui si getta Glass per scampare ad un assalto indiano. La natura viene qui esaltata in tutta la sua magnificenza e crudezza.
Una parentesi però va dedicata (altra candidatura) al protagonista: Leonardo DiCaprio. Non serve spendersi sulla sua capacità attoriale ormai consolidata e assicurata; anche in questo caso dà una performance più che eccellente entrando completamente nei panni di Hugh Glass. Tra carichi di oltre 45 kg sotto forma di pellicce di alce e orso e bronchiti provocate dal lavorare a -40° DiCaprio rivela la vera essenza, quella più intima dettata dalla rabbia e dal desiderio di vendetta, del cacciatore. Non dimentichiamo poi che per 3/4 del film non proferisce parola e l'unico suono che emette è un roco gorgoglio; tutto si gioca sulla fisicità a cui spetta il compito di esprimere un ampio spettro di emozioni. Solo, mortalmente ferito, questa sottospecie di supereroe sopravvive trascinandosi sui gomiti, mangiando erba, non congelandosi dopo un lungo bagno nel fiume ghiacciato e uscendo persino illeso dopo un salto in un burrone con conseguente schianto su di un albero.
Tralasciando questi eccessi, che d'altronde rientrano tra gli stilemi di Iñárritu, il film riesce a catturare l'attenzione del pubblico concludendo con un finale aperto che lascia spazio alle interpretazioni del singolo sul destino di Hugh.
                                                                                                                                      4 e mezzo 


martedì 2 febbraio 2016

The Martian: creare il grande dal piccolo

Bonsoir mes chèrs! Il film di oggi è completamente diverso da quello postato l'ultima volta, ma ha comunque qualcosa in comune: l'utilizzo delle proprie conoscenze per usufruire al meglio la natura. Dall'animazione mi sposto alla fantascienza e vi propongo un film uscito qualche mese fa che ha segnato il ritorno di Ridley Scott al suo cinema migliore. Eccovi dunque The Martian.
L'equipaggio di Ares 3 si trova in missione su Marte per una serie di studi, ma a causa di una forte tempesta uno dei componenti, Mark Watney, viene colpito da un detrito e separato dagli altri. Credendolo morto la squadra lascia il pianeta per fare ritorno sulla Terra; tuttavia Mark è ancora vivo e al suo risveglio scopre di essere rimasto solo, ferito e senza molti viveri oltre che mezzi per mettersi in contatto con la NASA. Realista circa le sue attuali condizioni e quelle di Marte stesso Mark sceglie di lottare e sopravvivere; fortuna vuole che sia un ingegnere meccanico e un botanico. Trova infatti un modo per coltivare l'arida terra del pianeta costruendo una serra e producendo letteralmente l'acqua per dare vita ad una coltivazione di patate all'interno del modulo in cui vive. Grazie a vecchi congegni della NASA, resti di precedenti missioni, Mark riesce anche a mettersi in contatto con la Terra che mette in atto un piano per salvarlo. E' una corsa contro il tempo che non manca di numerosi problemi a cui far fronte.
Per realizzare The Martian Ridley Scott si rifà al libro di Andy Weir L'uomo di Marte cercando di essere il più realistico possibile nella definizione di tutti e dettagli. Si affida inoltre ad una consulenza particolare della NASA che gli garantisce addirittura una équipe apposita per rispondere alle sue domande. Oltre a questo però il film, fantascienza a tutti gli effetti, si concentra in particolar modo sulla scienza mostrando come essa venga sfruttata dal protagonista per sopravvivere; dal nulla Mark riesce a ricreare una piantagione di patate (definendosi per questo il "miglior biologo del pianeta"!) che gli permetterà di prolungare il suo soggiorno su Marte in attesa di un qualche aiuto dalla NASA. Il pianeta rosso qui viene mostrato nella sua vera essenza: un luogo freddo e inospitale, desolato deserto di crateri solcato da forti venti che rende quasi del tutto impossibile viverci. Un posto insomma per nulla attraente in cui ricreare una "seconda vita" come da un po' di tempo a questa parte gli scienziati cercano di allettarci. La vera sfida che si combatte è tra l'uomo, solo, e un pianeta intero.
Scott gioca su quest'ultimo punto per ricreare dei rimandi al cinema del passato; le lunghe e solitarie escursioni di Matt Damon a bordo del rover ricordano molto le cavalcate nella Monument Valley dei cowboy di Ford, personalità solitarie chiamate a confrontarsi con l'immensità della natura.
Non c'è inoltre nessun intento di grandezza; tutto si concentra sulle possibilità e sull'ingegno di un singolo individuo che deve rimboccarsi le maniche e sporcarsi le mani perché nessuno lo salverà molto presto. Lo stesso spirito patriottico americano, che generalmente è simbolo di questo genere di film, viene ridimensionato; il regista mostra la NASA (uno dei maggiori emblemi dell'America) in forte difficoltà, indecisa sul come affrontare il "problema Mark" e costretta infine, causa insuccesso, a chiedere l'aiuto della Cina per mantenere intatta la sua facciata.
Mark-Matt diventa sì l'uomo dello spazio, ma rimane sempre un biologo prima di tutto, colui che ha creato qualcosa di piccolo ma necessario alla sua sopravvivenza da pressoché nulla, E' questo che vuole trasmettere Scott stesso: rimanere con i piedi ben piantati per terra volgendo lo sguardo all'universo.
                                                                                                                                      3 e mezzo 

domenica 24 gennaio 2016

Pocahontas: chi è il vero selvaggio?

Bonjour à tout le monde! Oggi vorrei parlarvi di un film che sicuramente tutti avete visto, chi per curiosità, chi perché ha figli o semplicemente perché vi piace il genere (come a me!), puntando però l'accento su un tema in particolare che più avanti vi svelerò... Intanto vi dico di che pellicola si tratta: Pocahontas, prodotta dalla Disney nel 1995.
Agli inizi del 1600 una nave inglese sbarca sulle coste dell'attuale Virginia, allora luogo selvaggio e incontaminato. Tra loro c'è John Smith, avventuriero alla ricerca di nuove esperienze più che dell'oro. Il luogo però non è completamente disabitato; quei boschi sono la casa della tribù indiana dei Powhatan che vive da anni in completa armonia con la natura rispettandone tutte le creature. John, inoltratosi un giorno nel profondo del bosco, incontra Pocahontas, principessa figlia del capo tribù; sarà lei a salvargli la vita e a mostrargli il senso profondo delle cose facendogli scoprire il rispetto per l'ambiente.
Pocahontas non è il classico film Disney su di una principessa che ha bisogno di essere salvata e cerca il principe azzurro. In linea con un'altro capolavoro della casa di animazione, La Bella e la Bestia, anche in questo caso viene mostrata un'eroina femminile dalla forte personalità, con uno spirito libero e fiera di essere ciò che è. Pocahontas sa perfettamente quello che vuole, è disposta a lottare fino in fondo per ottenerlo, ma al contempo rimane rispettosa nei confronti della tradizione (suo padre), della sua cultura indiana e soprattutto vive perfettamente in sintonia con la natura. Proprio con quest'ultima sembra intessere un dialogo implicito che non necessita di nessun tipo di parola. A guidarla nel suo percorso è Nonna Salice, un gigantesco e antico albero che possiede in sé lo spirito della nonna della giovane; è lei a consigliarla nei momenti difficili, a cullarla con i suoi lunghi rami e a consolarla. E' sempre lei a farle capire i sentimenti che prova nei confronti di John Smith e a mostrarle come entrambi siano solo due facce della stessa medaglia, due culture che necessitano di confrontarsi tra loro.
Quest'ultimo concetto viene mostrato da Pocahontas a John Smith attraverso una tanto semplice quanto profonda canzone, Colors of the wind, con la quale gli svela non solo chi è davvero dei due il selvaggio (inteso nel modo di comportarsi), ma anche e in particolare il senso della vita; ogni cosa in natura, animali, piante, rocce... ha un suo spirito, delle emozioni, che interagiscono con gli altri esseri. Vanno pertanto rispettati. Proprio a causa di tale divergenza di pensiero data dalle rispettive culture che li terrà separati l'amore tra i due non potrà avere un lieto fine, uno dei pochi casi in un film Disney in cui avviene, ma nonostante questo entrambi imparano comunque qualcosa che rimarrà a prescindere dalle strade intraprese. 
Il film è inoltre molto più realista di tanti altri, non nasconde lo scopo colonizzatore e di arricchimento che muove gli inglesi a scapito degli indiani; non cerca di cambiare la realtà dei fatti (come spesso gli sceneggiatori di casa Disney hanno fatto), si limita a mostrare due diversi punti di vista di due differenti culture su uno dei temi più importanti e attuali di sempre: la natura.
                                                                                                                                                    4 


sabato 9 gennaio 2016

Woman in gold: quando l'arte prende vita

Bonjour mes chères! 
Iniziamo il 2016 con qualcosa di particolare; un film legato all'arte, estremamente intimo, ma allo stesso tempo legato al destino di un intero stato. Si tratta della storia vera di una donna che vuole riavere ciò che le spetta di diritto, un'opera sottratta ingiustamente alla sua famiglia molti anni prima e che ora cerca di ritornare dove dovrebbe essere.. Il film è diretto da Simon Curtis ed il titolo è Woman in gold
Maria Altmann è una donna anziana, che da tempo vive negli Stati Uniti dove si è rifatta una vita con quello che le restava della sua famiglia. Sembrerebbe una persona come tante altre, moglie, madre, sorella, ma cinquant'anni prima qualcun'altro la vedeva come una figura "scomoda", da eliminare dalla società e rinchiudere in un campo di concentramento. Maria Altmann è ebrea e gli ebrei residenti in Austria nel periodo del nazismo sono considerati un problema; tutte le loro ricchezze vengono requisite diventando proprietà del Terzo Reich e di chi ne fa parte. Tra tutti questi beni ce n'è anche uno particolarmente caro a Maria, che la rende suo malgrado protagonista di una vicenda di carattere mondiale. Si tratta infatti di un dipinto realizzato dal pittore Gustav Klimt raffigurante la zia della donna, da qui il titolo di "Ritratto di Adele Bloch-Bauer", noto però a tutti con il nome di "La donna in oro". L'opera è rimasta dagli anni '40 in Austria, custodita indebitamente, ma sembra che uno spiraglio si stia aprendo in quanto lo stato europeo ha deciso di inaugurare una politica di restituzione dei beni artistici rubati dai nazisti ai legittimi proprietari. Così Maria intraprende, con l'aiuto di un giovane avvocato, un iter burocratico per far sì che il ritratto torni a lei, ma scopre che nonostante i buoni propositi l'Austria non è disposta a rinunciare al suo quadro più famoso. Quello che succederà dopo creerà un precedente unico nella storia...
Lo scopo primo del regista nel realizzare quest'opera è quello di portare alla luce una vicenda sconosciuta ai più; non tanto mostrare la crudeltà dei nazisti a scapito degli ebrei (di questo si è parlato ampiamente in molti altri film) e neanche di analizzare il vissuto della protagonista prima che arrivasse in America. Si tratta invece di far conoscere la storia di un quadro, una delle opere d'arte più famose al mondo, realizzata da uno degli artisti più noti e di quanto sia stato difficile farlo tornare al suo unico proprietario. Il dipinto è importante soprattutto per il valore affettivo che contiene in sé; un ricordo dei giorni felici (che riemergono qua e là nel film sotto forma di flashback della protagonista) di un'infanzia passata nel calore di una famiglia numerosa che altro non voleva se non poter stare insieme. E' per questo che Maria decide di intraprendere una battaglia che sa benissimo che difficilmente riuscirà a vincere; una battaglia lunga, faticosa, piena di muri da abbattere e che immancabilmente porta alla luce ricordi dolorosi ormai da tempo confinati nella parte più remota della sua memoria. Tuttavia il desiderio di avere di nuovo con sé quell'ultimo legame con la sua famiglia le dà il coraggio di sfidare uno stato intero. 
Maria, figura coraggiosa e risoluta può essere vista come la "copia vivente" della donna del quadro di Klimt; lineamenti dolci, sguardo fiero, incurante di tutto l'oro che la circonda è pronta a lottare con le unghie e con i denti per riavere ciò che è suo di diritto. Se però lo otterrà non ne farà un vanto, ma bensì lo metterà a disposizione della collettività per essere fruito e goduto da tutti.
Due storie un unico destino; la "woman in gold" di Curtis si alterna continuamente tra Adele, la donna del dipinto, e Maria, sua nipote nonché ereditiera dell'opera, mostrando come arte e vita in realtà sono un'unica cosa.
                                                                                                                                     
                                                                                                                                      3 e mezzo



venerdì 23 ottobre 2015

Inside Out: quando le emozioni escono allo scoperto

Bonjour à tout le monde! E' vero, è da quasi un anno che non scrivo più sul blog, non perché me ne sia dimenticata, anzi, ma un po' per imprevisti vari e un po' per "mancanza d'ispirazione" ho sempre rimandato fino ad ora. Adesso però sono pronta a tornare a postare con, spero, un po' più di regolarità...
Il film che ho scelto per il ritorno appartiene al genere che più preferisco in assoluto e, guarda caso, ha per protagonista proprio una creatura con il mio stesso nome (lo ammetto mi sento molto importante!)... Si tratta dell'ultimo lavoro realizzato dalla Pixar: Inside Out.
La storia fin da subito segue parallelamente lo sviluppo di due vicende: da una parte quella di Riley, la bimba attorno a cui ruota la vicenda, dal momento della sua nascita fino all'età attuale ovvero 12 anni, e dall'altra quella di Gioia, una delle emozioni, quella che guida le altre, presenti nella mente della bambina. Tutta la vita di Riley si svolge basandosi su ciò che le cinque emozioni, oltre a Gioia anche Tristezza, Disgusto, Rabbia e Paura, ritengono sia giusto per lei, proteggendola quando occorre e rendendola felice nella maggior parte dei casi. Ogni volta nella mente della bimba si crea un ricordo, associato al colore dell'emozione che l'ha scatenato, che viene raccolto da uno dei cinque e immagazzinato nella memoria a lungo termine per far sì che si creino delle piccole "città" interiori perfettamente funzionanti in cui tutto va bene e che rendono Riley felice.
Ma cosa succede quando contemporaneamente i genitori della piccola scelgono di trasferirsi e Tristezza decide di voler essere più partecipe nello sistemare i ricordi? Un disastro. D'un tratto tutte le sfere contenenti i ricordi della bambina si trasformano assumendo la connotazione triste dell'emozione che l'ha toccato e, di conseguenza si modificano alterandone la percezione avuta. A ciò si aggiunge il cambio di città con la conseguente perdita di amici e luoghi cari che mandano Riley in completo subbuglio e la portano a compiere gesti che mai avrebbe fatto.
Tocca a Gioia cercare di risolvere la situazione, ma non sarà sola perché avrà un'assistente che rivelerà capacità nascoste...
Tra tutti i film realizzati finora dalla Pixar questo è certamente il più complesso per struttura e contenuti; la domanda iniziale che si è posta il team prima di iniziarne la realizzazione, "se le emozioni avessero emozioni", ha dato origine ad un vero e proprio mondo interiore, con una sua complessa struttura organizzativa in cui se qualcosa va storto intoppa l'intero sistema. Le storie delle due protagoniste (Gioia e Riley) si svolgono, intrecciandosi, parallelamente e nessuna delle due può esistere senza l'altra; in questo modo si attua un continuo botta e risposta che modifica costantemente la situazione creando un dinamismo che non prevede punti morti. Ad un'azione ne corrisponde un'altra che crea un determinato esito, ma se nel frattempo una parte di tale azione subisce una modifica allora il finale sarà totalmente diverso da come doveva essere. Questo mostra come sia complicata la mente e la psiche umana, mostra come non ci sia un'unico modo d'agire, la strada da percorrere non è mai dritta ma piena di curve e incroci che ne cambiano costantemente la direzione. 
La scelta di focalizzarsi su cinque emozioni chiave rafforza tale complessità e dà vita ad una riflessione su ciò che si cela dentro ognuno di noi. La rappresentazione dei mondi interni a Riley è estremamente varia: si inizia dalla memoria a lungo termine in cui vengono raccolte tutte le sfere contenenti i ricordi, lunghe file di scaffali meticolosamente ordinati per poi passare a un mondo tutto colorato e sfavillante legato alla prima infanzia; si arriva così al mondo più pericoloso del pensiero astratto in cui l'immaginazione si realizza, fino al luogo dedicato alla produzione dei sogni e degli incubi. Esiste però anche un posto buio e cupo, il baratro della memoria nel quale finiscono i ricordi dimenticati che lentamente svaniscono. 
Tutte queste diverse realtà fanno parte di un unico, complesso ingranaggio: l'uomo. Esse lo guidano, lo condizionano (inteso nel senso positivo) e lo accompagnano nel suo percorso di crescita; non a caso nel finale si vede come il pannello di controllo usato dalle emozioni viene sostituito con uno più grande e con più comandi per sopperire alle future necessità. 
Non era per niente facile realizzare un'opera del genere senza scadere nella banalità o perdersi nella complessità dell'impresa; sicuramente il genere animazione permette di "osare" molto di più coinvolgendo qualsiasi fascia d'età che, secondo le proprie capacità, coglierà ognuno uno strato diverso della riflessione.
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sabato 10 gennaio 2015

Big Eyes ovvero Burton si è accecato

Bon soir à tout le monde! Qualche giorno fa ho visto un film sul quale avevo posto molte aspettative, non alte, ma pur sempre delle aspettative. Mi dispiace dirlo ma non sono state soddisfatte e la cosa mi rattrista (passatemi il termine) perché l'opera in questione è l'ultima realizzata da uno dei miei registi preferiti... vi dò un aiutino: è un outsider che ha iniziato la sua carriera presso la Disney. Indovinato? Esatto è proprio lui, Tim Burton e il film che mi ha perplesso è Big Eyes.
La pellicola è un biopic basato sulla storia dei coniugi Keane e del loro improvviso successo artistico. Margaret, donna divorziata e con una figlia a carico, dipinge per passione e necessità un'infinita serie di bambini dagli occhi sproporzionatamente grandi che vende, quando ci riesce, a prezzi ridicoli. Questo finché non incontra Walter che sposa poco dopo affidandosi completamente a lui e al suo mondo fittizio basato sulla menzogna. E' lui infatti che vende, grazie alla sua verve dinamica e accattivante, i quadri dei "piccoli orfanelli", come gli definisce, modificando un piccolo quanto importante dettaglio: si appropria del merito... Con gli anni riesce persino a convincere la moglie a credere a ciò, relegandola in soffitta allo scopo di farle dipingere giorno e notte dipinti su dipinti e quando quest'ultimi raggiungono prezzi non più accessibili a tutti si mette a commercializzarne riproduzioni, poster, cartoline e quant'altro. Tutto questo dura per una decina d'anni finché un giorno Margaret, aiutata dalla figlia, non apre davvero gli occhi, quegli stessi occhi che dipinge grandi perché sono lo specchio dell'anima, e se ne va di casa. Non solo! Fa causa a Walter rivelando al mondo intero che la vera artefice delle opere è lei; l'unico modo per dimostrarlo è provarlo pubblicamente...
La storia della vicenda dei Keane è interessante e di sicuro ebbe un effetto mediatico di notevole importanza; la domanda però che io mi pongo è: dov'è finito in tutto questo Tim Burton? Dov'è finito il regista di capolavori come Big Fish, Edward mani di forbice o La sposa cadavere? Sembra, non solo in questo film ma anche in quelli più recenti, che abbia perso la sua bussola interiore, quello strumento che dagli esordi della sua carriera lo ha guidato verso una carriera sfolgorante; non è più (purtroppo) quel bambino che guardando film horror in tv rideva e si divertiva... La vena gotica che ha sempre in qualche modo caratterizzato il suo stile si è affievolita, dove non è del tutto scomparsa, lasciando il posto al grottesco e al banale. L'outsider, suo alter ego sullo schermo, si è integrato nella società che lo rinnegava.
Nello specifico analizzando questa pellicola dal punto di vista stilistico (contenutisticamente invece essendo un'opera biografica si presume che segua fedelmente, almeno al 90%, la vera vicenda) si ha la sensazione che essa sia "piatta", priva di spessore, che manchi di quel qualcosa imprescindibile per attirare l'attenzione - almeno la mia - dello spettatore. Sì, certo i due protagonisti sono grandi attori (per fortuna!), ma vengono ugualmente sviliti nei loro ruoli, ridicolizzati perché portati all'eccesso nei tratti che li contraddistinguono. L'anima di cui parla Margaret quando spiega il perché dipinga solo bimbi con grandi occhi qui non è presente, rimane intrappolata nella tela della pellicola. 
Non so cosa sia successo a quel ragazzino che a 12 anni scelse di andare a vivere con la nonna perché si sentiva ormai incompatibile coi genitori e che adorava terrorizzare i suoi coetanei raccontandogli l'arrivo imminente degli alieni... forse si sarà stufato della settima arte? Non penso, lo spero perché c'è bisogno di figure come lui, il "vecchio" lui, per mantenere attivo il cinema. Io almeno continuo a confidare nelle sue potenzialità..
                                                                                                                                       2 e mezzo