mercoledì 9 luglio 2014

Solo gli amanti sopravvivono... non può che essere così

Bon jour a tutti voi! Contavo di scrivere un po' prima, ma troppe cose mi hanno fatto rimandare fino ad oggi... tuttavia ne è valsa la pena perché ho intenzione di proporvi un film davvero molto bello! Si tratta dell'ultima opera di Jim Jarmusch Solo gli amanti sopravvivono.
I due protagonisti, Eve a Adam, sembrano due persone qualsiasi; Eve vive a Tangeri circondata da arte e libri di ogni tipo, mentre suo marito Adam a Detroit dove sperimenta continuamente nuova musica. Tuttavia ben presto si scopre e che in realtà essi sono due vampiri: dormono di giorno, vivono di notte e regolarmente fanno rifornimento di sangue per continuare a sopravvivere. Le loro giornate scorrono sempre uguali, quasi monotone, circondati solo da "zombie" (come vengono definiti gli umani) che non fanno altro se non distruggere quello che gli circonda. La lontananza non fa per loro quindi Eve decide di raggiungere il compagno a Detroit per assicurarsi che stia bene e, soprattutto, lontano dai guai e dai proiettili di legno. Tutto improvvisamente cambia però quando in città arriva la sorella di Eve, Ava, spirito ribelle e inquieto che non si fa problemi a succhiare tutto il sangue da un umano pur di nutrirsi, preferendo questo metodo ormai "datato" a quello usato dalla coppia basato sulla corruzione di medici e ricercatori. Occorre sbarazzarsi del cadavere e per non lasciare tracce Adam e Eve decidono di ripartire insieme per Tangeri dove hanno intenzione di ricongiungersi col loro antico amico Marlowe, che è anche il fornitore di sangue non contaminato di Eve. Qui però troveranno il vecchio morente e senza scorte cosa che costringe i due ad andare alla ricerca per sopravvivere.
Sebbene la scelta del tema "vampiri" possa apparire scontata e banale visto il recente e stra-usato filone questa realtà è diversa. Jarmusch sceglie di mostrare un lato diverso di ciò, ovvero il rapportarsi di tali figure con il mondo; esse possono vivere secoli senza invecchiare, vedono lo scorrere del tempo, l'evolversi delle civiltà e delle persone che le plasmano. Ma vedono anche e soprattutto la decadenza verso cui il pianeta si sta lentamente dirigendo a causa di quelle stesse persone che lo hanno plasmato. Non a caso i due protagonisti definiscono gli umani con il termine "zombie", sottolineando come ormai quest'ultimi sono solo lo spettro di quello che un tempo rappresentavano; corrosi da guerre e invidie sono solamente capaci di distruggere ciò che di positivo rimane sulla terra, lasciando al loro passaggio tracce di rovina.
In questo modo il regista mette in evidenza lo spirito che contraddistingue i due vampiri: essi sono capaci di osservare quello che li circonda, sanno dare il giusto nome e il giusto valore ad ogni cosa, amano l'arte e la natura e si accorgono quando qualcosa non è al suo posto. Se si volesse riassumere in una parola quello che Adam e Eve fanno si potrebbe semplicemente dire che Amano. Nel corso dei secoli, in ogni città in cui hanno vissuto, anche se separatamente, loro hanno saputo riconoscere le persone che sono state capaci di creare cose belle e utili per il genere umano, contornandosi di volta in volta di musicisti, scienziati, scrittori ecc...
Sono loro, sono Eve e Adam che nonostante gli ostacoli sopravvivono a tutto e tutti perché, dice saggiamente Jarsmusch, sono amanti, si amano ed amano da secoli e continueranno a farlo; questa è la loro forza capace di andare oltre ogni possibile problema facendoli sopravvivere al resto. 
Anche se noi non siamo vampiri dovremmo prendere esempio dai due protagonisti; dovremmo cercare di amare un po' di più, di prenderci cura gli uni degli altri senza fare distinzioni. 
Quello di Jarmusch è un monito a ripensare le nostre esistenze migliorandole; la sua è un'analisi profonda del comportamento che troppo spesso viene etichettato come "diverso", ma è proprio questo diverso che fa la differenza, che vede le cose nella giusta prospettiva riconoscendone l'importanza. 
                                                                                                                                                     5

giovedì 3 luglio 2014

Maps to the stars: la mappa di Cronenberg

Carissimi! ho dovuto pensarci un po' su prima di scrivere questo post perché il film in questione richiede, dopo la sua visione, qualche giorno di tempo per assimilarlo bene... Eh sì perché l'opera in questione è l'ultimo capolavoro del maestro David Cronenberg Maps to the stars.
Nella mondana e glamour California la famiglia Weiss vive serena dedicando tutte le proprie attenzioni alla ricerca del successo nel mondo dello spettacolo. Il marito è un famoso terapista televisivo che annovera tra i suoi clienti star di fama internazionale, ma con profondi traumi psicologici; la moglie spende ogni energia nello seguire la carriera attoriale del figlioletto adolescente e quest'ultimo cerca di mantenere costante il suo status di celebrità. Tuttavia la loro vita non è così idilliaca come sembra; celano infatti un cocente segreto legato all'altra figlia Aghata di cui è severamente vietato parlare.
E' proprio lei però a far tornare a galla tutti i problemi e le insicurezze così accuratamente celate al mondo esterno; dopo anni passati in clinica di cura decide di ritornare per, come dice lei, "fare ammenda". Trova lavoro presso una famosa attrice, che guarda caso è in cura dal padre, ossessionata dalla madre morte e dal voler a tutti i costi interpretare il ruolo che la rese celebre. Aghata tenta in tutti i modi di riallacciare i legami con la famiglia, soprattutto con il fratello Benjie, a cui in passato ha causato più danni di tutti, ma per fare ciò dovrà ricorrere a conseguenza estreme.
Cronenberg continua a stupire con la semplice complessità delle sue trame; storie all'apparenza facili che in realtà celano mondi suddivisi in vari substrati emotivi, strettamente connessi tra loro ma al contempo ognuno con la propria indipendenza. Nello specifico di quest'ultima pellicola il regista vuole contrapporre la banalità della vita mondana, quella tanto sognata da noi comuni mortali e ostentata da vip e celebrità, con la complessità di ciò che in realtà si cela dietro tutto questo.
Diversi sono gli esempi che egli ci presenta con differenti problematiche che, per casualità (o forse no), sono connesse tra loro. Stafford Weiss da bravo terapista cura tutti tranne sé stesso e la sua famiglia, preferendo costruire uno spesso muro dietro cui nascondersi; sua moglie Cristina cerca di proteggere il figlio dal ritorno della sorella, ma al contempo vorrebbe anche tentare di riallacciare una parvenza di rapporti con lei sentendosi colpevole per averla abbandonata. Benjie è forse tra tutti quello che più comprende Aghata perché inizia a trovarsi nello stesso stato d'animo in cui lei compì il gesto di cui nessuno vuole parlare e poi Aghata stessa che, venuta a conoscenza di segreti sui genitori, cerca di porvi rimedio. Infine c'è Havana, l'attrice problematica, che vive il suo personale dramma facendone subire le conseguenze su chi le sta attorno, ma che infine ne pagherà tutte le conseguenze.
Cronenberg ci mostra tutto ciò senza però darci la chiave della soluzione perché il lavoro difficile, quello di indagine e ricerca spetta a noi. Ci fornisce tutti gli strumenti di cui abbiamo bisogno per comprendere la storia, ma l'analisi profonda delle singole vicende è un compito nostro che avrà sfumature sempre diverse perché occhi sempre diversi guarderanno queste vicende trovandovi all'interno ogni volta particolari nuovi.
Non rimane dunque, se non l'avete già fatto, che concedervi un paio d'ore da dedicare a questo maestro del cinema contemporaneo!
                                                                                                                                                    5


domenica 29 giugno 2014

Departures che sono partenze

Per concludere in bellezza la settima, mes chères, ho deciso di rimanere nell'ambito del cinema orientale e proporvi un film che a me personalmente è piaciuto molto per la sensibilità con cui racconta la storia. La pellicola di cui vi parlerò è quindi Departures di Yojiro Takita.
Protagonista è il giovane Daigo, violoncellista appena rimasto disoccupato a causa dello scioglimento dell'orchestra in cui suona, che si ritrova a dover traslocare con la moglie per i costi elevati del vivere in città. Decidono così di ritornare nel paese natale per cercare di ricostruirsi una vita. Qui però le cose non sono semplici come immaginavano; trovare un lavoro non è cosa facile, soprattutto uno che piaccia a Daigo finché non gli salta all'occhio un annuncio che attira la sua attenzione. Si presenta quindi a un'agenzia il cui compito è quello di accompagnare le persone "che partono per dei viaggi"; non sa però che il viaggio in questione è l'ultimo che faranno. L'agenzia è un'agenzia funebre.
Daigo viene assunto con il compito di tanatoesteta (dare un aspetto consono e decoroso ai defunti); seppur non convinto del nuovo impiego torna a casa per festeggiare con la moglie tenendole però nascosta la sua vera mansione. Inizia così la sua doppia vita fatta di silenzi e soste al bagno pubblico per togliersi di dosso l'odore di morte prima di tornare a casa. Tutto questo tuttavia non può durare e la moglie presto viene a conoscenza di quello che realmente fa; per la vergogna abbandona in marito trasferendosi in città. Nonostante tutto Daigo continua a fare il tanatoesteta comprendendo sempre meglio l'importanza che il suo ruolo ha per i parenti del defunto e per il defunto stesso. Parallelamente riscopre anche, grazie al violoncello che suonava da bambino, l'amore sopito per la musica che lo aiuta nel percorso di riscoperta di sé. Inaspettate sorprese sono in serbo per lui...
La musica viene scelta dal regista Takita come fil rouge che guida il protagonista attraverso una fase cruciale della sua vita e lo aiuta a superare i momenti bui rischiarandone la via. E' sempre la musica poi a fare da sottofondo alle cerimonie religiose fungendo da lenitivo al dolore dei presenti per la dipartita del loro caro. Tema difficile quanto tabù in Giappone la morte viene affrontata con un approccio particolarmente delicato e sensibile, mostrandone il lato positivo, quello del lasciare la materialità terrena per qualcosa di più elevato e spirituale. Come sottolinea l'annuncio dell'agenzia funebre la morte rappresenta un viaggio, un viaggio che richiede un'accurata preparazione racchiusa all'interno di un rito in cui ogni passaggio, ogni minimo gesto è fondamentale per far sì che il defunto possa intraprendere serenamente il suo ultimo cammino. 
Questo cammino rappresenta anche la maturazione di Daigo, il suo prendere coscienza dei suoi limiti e delle sue capacità per poter finalmente fare pace con il passato e guardare serenamente al futuro. Benché la carriera di musicista non sia quella a lui più consona Daigo non rinuncia a suonare, anzi ne riscopre la bellezza proprio nel momento in cui ciò non è più la sua fonte di sostentamento economico. La musica quindi diventa per lui quello che per i morti è la cerimonia funebre: un'elevazione spirituale verso qualcosa di altro e alto. 
Se il film che vi ho proposto ieri è delicato nel modo di dialogare tra protagonista e spettatori questo lo è ancora di più; vi consiglio di guardarlo!
                                                                                                                                                     4

sabato 28 giugno 2014

Brother Kitano

Rieccomi qua dopo un'immaginaria vacanza nel Principato monegasco per cambiare completamente genere e proporvi un film che però parla sempre di famiglia in qualche modo. 
Ecco dunque a voi Brother di Takeshi Kitano.
Protagonista della storia è Yamamoto, uomo di mezza età, a cui è stata sterminata la famiglia in Giappone ad opera di bande rivali che si contendono il controllo del territorio e il conseguente profitto che ne deriva. Ormai solo e in pericolo decide di scappare in America dove si trova il fratello minore che nel frattempo è diventato un piccolo spacciatore di droga. Qui però Yamamoto non riesce a stare con le mani in mano e decide quindi, pur non conoscendo una sola parola di inglese, di mettere in piedi un suo commercio di stupefacenti, includendovi il fratello e alcuni suoi amici spacciatori. In breve tempo si viene a costituire attorno a lui una vera e propria famiglia in cui i vari membri sono disposti a sacrificarsi pur di salvargli la vita. La pace tuttavia non può durare e, man mano, gli altri clan locali intraprendono una lotta senza quartiere per impossessarsi nuovamente dei territori persi: non sanno a cosa vanno incontro; la furia di Yamamoto, perennemente calmo all'apparenza, si riversa senza pietà su di loro eliminandoli uno ad uno. Tutto ciò fino a che non interviene la Mafia italiana che non accetta il nuovo nucleo straniero ogni giorni più potente; darà così vita ad una vera guerra destinata a sfociare inesorabilmente in un massacro.
Kitano, regista e protagonista, mostra con uno stile del tutto personale, quello stile che lo ha reso famoso alla critica mondiale, una storia di famiglia. E' però una famiglia particolare, non per forza unita da legami di sangue ma sempre fedele tra i suoi membri. Kitano indaga i rapporti all'interno dei clan che trafficano in droga, mostrando come le parentele siano del tutto o quasi inutili perché quello che conta non è il legame familiare ma la lealtà al capo banda da parte dei suoi sottoposti.
Anche se fratelli Yamamoto e Ken vivono esistenze completamente separate, senza troppo curarsi dei problemi dell'altro; persino del momento clou, quello in cui si richiederebbe il sostegno maggiore, si preferisce scappare pur di salvarsi la vita. Che poi l'esito sia favorevole o meno questo è da vedere.
Genere preferito dal regista, Kitano alterna scene di violenza, a volte quasi splatter, frenetiche e veloci a lunghe pause in cui dominano i silenzi e gli sguardi lanciati di sottecchi come a voler studiare le mosse di un possibile avversario per carpirne la strategia. Su tutti poi spicca la sua figura, quella di Yamamoto, un samurai contemporaneo senza dimora e senza niente da perdere se non la sua vita che comunque non considera come un bene così prezioso. Figura enigmatica e silenziosa sa molto prima di tutti gli altri quale sarà il suo destino e lo accetta consapevole di ciò che esso comporta.
Non tutti i registi sono capaci di trasmettere emozioni profonde con semplici sguardi e tanti silenzi, ci vuole particolare tatto a abilità nel dialogare con e attraverso la macchina da presa. Kitano ha questo dono.
Benché io preferisca altre sue opere non posso dire che questa non mi sia piaciuta..
                                                                                                                                                     3

giovedì 26 giugno 2014

Grace: musa del mondo

Bon jour, bon jour! Oggi mi sento particolarmente in vena glamour e il francese direi ci va a nozze! quindi ho pensato bene di portarvi a fare un giro lungo le coste del Principato di Monaco e all'interno del palazzo reale nel periodo attorno agli anni '60 perché voglio parlarvi di un film che ha suscitato parecchie polemiche alla sua uscita: Grace di Monaco diretto da Olivier Dahan.
Come forse saprete la pellicola è un biopic ispirato alla vera storia della principessa Grace di Monaco, moglie del principe Ranieri ed ex musa di Alfred Hitchcock. In particolare vengono analizzati gli anni in cui emergono i contenziosi tra Ranieri e il presidente francese De Gaulle e in cui nasce una crisi matrimoniale e d'identità che coinvolgono in pieno Grace.
Diventata principessa solo da qualche anno Grace si ritrova a dover fare i conti con un presente in cui non si sente la protagonista, in cui non si sente sicura del suo ruolo di altezza reale e, soprattutto, del suo ruolo all'interno del nucleo familiare. Vorrebbe tornare a recitare, Hitchcock arriva a Montecarlo con il solo scopo di proporle il ruolo principale nel suo prossimo film Marnie, ma è fortemente combattuta, divisa tra la posizione diplomatica che ora si trova a dover ricoprire e quello che vorrebbe fare veramente. A complicare le cose ci si mette pure De Gaulle che minaccia di invadere il principato se non cede alle sue richieste economiche, mettendo in crisi il principe Ranieri sempre più distante dalla famiglia e intollerante a qualsiasi richiesta della moglie. Seppur abituata a confrontarsi con la stampa ora Grace ne scopre il lato peggiore, quello capace di screditarla agli occhi del mondo e in particolar modo a quelli dei suoi sudditi che iniziano a perdere fiducia in lei. Dovrà per tanto rimboccarsi le maniche a dare prova di quello che sa fare, rivelando il suo carattere combattivo e tenace, capace di riconquistare il mondo intero e aiutare il marito nei suoi problemi salvando così Principato e matrimonio.
La figura di Grace viene quindi messa in primo piano fin dall'inizio da Dahan, oscurando quella di tutti gli altri personaggi, Ranieri compreso, e suscitando le ire della famiglia reale che vorrebbe se non proibirne l'uscita almeno modificarne alcune parti. Tuttavia questo è un film biografico sulla vita, o almeno una parte fondamentale, della principessa, sul come essa sia stata capace di fare delle scelte dettate dall'amore materno sacrificando quello che per lei contava molto: la sua carriera di attrice. Grace sapeva che sposando un principe avrebbe per forza di cose dovuto abbandonare il palcoscenico, ma nel profondo del suo cuore la speranza non era mai morta e Hitchcock l'aveva risvegliata proponendole la parte di Marnie (andata poi a Tippy Hedren). A causa dei problemi economici del Principato, dovuti a scontri con la Francia, il suo matrimonio subisce un duro colpo che la porta addirittura a pensare ad un possibile divorzio; non potendo contare sul solo supporto di Ranieri per risolvere la questione Grace si affida ad uno dei suoi più cari amici capace di guidarla verso la giusta soluzione e soprattutto attraverso un percorso di riscoperta delle proprie capacità.
E' proprio su ciò che il regista pone l'accento: il coraggio dimostrato da Grace non solo nel compiere delle scelte decisive, ma anche nel far emergere la sua personalità forte capace allo stesso tempo di conquistare i cuori di tutti e di risolvere problemi diplomatici. E' lei, sembra dire Dahan, il cuore pulsante del Regno monegasco, è a lei che tutti guardano come modello da imitare, non solo di stile ed eleganza, ma in particolar modo di carisma. Tutto ruota intorno a lei, gli altri sono solo personaggi secondari, per quanto importanti.
Non c'è quindi da stupirsi che il film sia stato contestato, ma ciò non toglie che sia un'opera intima e personale su di un grande personaggio del mondo del cinema  e non.
                                                                                                                                                     3

sabato 21 giugno 2014

The Raven: il corvo-Poe

Salut carissimi! Per iniziare il weekend con un po' di brivido ho pensato bene di scegliere un film... un po' movimentato per usare un eufemismo. Un thriller in costume che ha come protagonista uno dei più famosi scrittori americani dell'Ottocento: Edgar Allan Poe. Ecco quindi a voi The Raven di James McTeigue.
E' il 1849 a Baltimora, sono passati da tempo gli anni del successo e dello spirito mordace e acuto  che caratterizzavano i suoi scritti; Poe ormai vive, o meglio "non-vive", alla giornata, sempre accompagnato dall'alcool e perennemente senza soldi. E', in poche parole, nel pieno declino fisico e psicologico; l'unica cosa che ancora lo fa andare avanti è l'amore per Emily, figlia di un ricco militare che naturalmente non approva il rapporto tra i due. Sembra che la sua esistenza debba avere termine da un momento all'altro... fino a che la polizia chiede il suo aiuto per risolvere una serie di crimini che richiamano in tutto e per tutto le trame dei suoi racconti. Lo scrittore, combattuto tra la voglia di trovare il suo imitatore e il senso di colpa per aver involontariamente dato il la a tutto ciò, riprende vita; ritorna in lui quella linfa che molto prima gli ha permesso di creare dei piccoli capolavori del terrore. Le cose però si complicano quando, per rendere più interessante il gioco, l'omicida rapisce Emily costringendo così Edgar a fare i conti con il proprio passato e il proprio presente nel flebile tentativo di salvarla; arrivato al limite è disposto a dare la sua vita in cambio di quella dell'amata, cosciente del fatto che ormai non ha più nulla da perdere.
La figura di Edgar Allan Poe acquisisce nel film un nuovo status: non è più solo, se così si può dire, lo scrittore che dà origine alla storia che poi si svilupperà nella pellicola, ma ne diventa anche il protagonista, la figura chiave per riuscire a svelare l'enigma e salvare la fanciulla in pericolo. Senza di lui non esisterebbero possibilità di salvezza. E' inoltre interessante notare la scelta fatta dal regista per quanto riguarda il periodo; il tutto si svolge negli ultimi anni di vita di Poe, anni in cui ormai è irrimediabilmente compromesso dall'alcool, vagamente depresso e incapace di tornare a scrivere qualsiasi cosa ricordi i suoi successi. Proprio in questi anni nebulosi ecco presentarsi lo stimolo necessario a far sì che si riprenda; l'insospettabile emulatore che, stufo anch'egli di leggere solo scadenti recensioni fatte dal suo idolo per guadagnare qualche dollaro, decide di movimentare il tutto ricreando minuziosamente gli scenari descritti nella collana di racconti "I delitti della Rue Morgue", successo di gioventù Poe. 
Per rendere maggiormente difficile la caccia di Edgar e di noi spettatori il regista ricorre ad una serie di McGuffin, richiamando così quel genio del thriller che fu Hitchcock, volti a depistare la scoperta dell'assassino; più di una volta ci sembra di capire chi sia, ma regolarmente rimaniamo delusi nell'apprendere che non è chi pensavamo fosse. Non manca mai inoltre, quasi fosse una guida che veglia dall'alto, il corvo, animale totemico dello stesso scrittore portatore di oscuri presagi ma anche di scoperte inaspettate.
L'idea di dare vita a un personaggio così importante per la letteratura facendolo diventare parte dei suoi stessi racconti è buona, ma realizzarla efficacemente richiede doti registiche alquanto elevate. Sebbene la prima parte del film sia accattivante e molto cruenta (almeno per i miei standard), la seconda mostra invece un graduale calando riprendendosi solo vagamente nel finale che rimane comunque incompleto e oscuro; sta allo spettatore scegliere come preferisce immaginarne l'esito. 
Non so cosa ne pensi Poe di questo film, ma sicuramente ci sono potenzialità che non sono state sfruttate appieno... lascio a voi decidere quali.
Per darvi però un'idea di come la penso io eccovi il mio giudizio che da oggi viene modificato sostituendo le mini me con mini lanterne perché, come ha saggiamente suggerito qualcuno, illuminano la strada dello spettatore verso la visione!
                                                                                                                                       2 e mezzo 


lunedì 16 giugno 2014

Il fascino del fuorilegge

Bon jour mie cari! Oggi è la giornata ideale per trasferirci negli States, in particolare nel Far West, e parlare un po' del suo genere d'eccellenza: il western. Tranquilli però niente cronologia e date! ho scelto un film che, tra l'altro, è anche un western atipico, più "moderno" se vogliamo e sensibile. Ecco quindi a voi L'assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford diretto da Andrew Dominik.
La storia si svolge nella seconda metà dell'Ottocento e ha come protagonisti la famigerata banda composta dai fratelli James che non si fa problemi a svaligiare banche, treni, diligenze e quant'altro per tutto lo stato del Missouri. Il vero leader del gruppo è Jesse, uomo dalla personalità complessa; marito e padre amorevole (per i canoni del tempo), spietato e freddo assassino, fine pensatore. Jesse viene idolatrato da tutti, le sue gesta, anche se edulcorate, vengono raccontate in periodici letti voracemente dal giovane Robert Ford che sogna di entrare a far parte del gruppo di banditi diventando addirittura la spalla del temuto fuorilegge. Il ragazzo riesce davvero a diventare compagno e amico di Jesse, scoprendo però a sue spese la volubilità del carattere del suo idolo, pronto a sacrificare i componenti della banda qualora se ne sentisse minacciato. Robert è consapevole, con il passare del tempo, che Jesse non si fida di lui e ciò inizia lentamente a logorarlo psicologicamente rendendolo sempre più tormentato e inquieto fino a portarlo a schierarsi contro il suo mito decidendo di collaborare con la legge. Le conseguenze sono tragiche e avranno dei risvolti che neanche lui poteva prevedere...
Parlando di western atipico poco fa mi riferivo alla struttura e ai contenuti che generalmente caratterizzano il genere; lotta del bene contro il male (parlando proprio genericamente), sparatorie a non finire in sperdute località del più lontano West, l'amore della donna, generalmente costretta a prostituirsi nei saloon per vivere, come premio finale ecc.. In questo caso niente di tutto ciò avviene. Il regista decide di mostrarci la psicologia e le emozioni che caratterizzano uno dei più ricercati e temuti fourilegge; dietro un'apparente facciata di calcolata freddezza si nasconde un animo tormentato e un corpo che pian piano si sta consumando. Jesse è sì un bandito, ma è soprattutto un uomo come tutti gli altri con i suoi dolori e le sue angosce, un uomo che lotta costantemente per mantenere intatto il suo status e al contempo tenere unita la famiglia che si sacrifica per lui spostandosi di città in città appena la necessità lo richiede. 
Anche se l'esito sarà tragico lo sarà per scelta sua e non per volere di altri; quello di Jesse è una sorta di sacrificio che, probabilmente da uomo lungimirante aveva già previsto, lo porterà ad essere idolatrato ancora di più dopo, trasformando il suo traditore in un vile odiato da tutti.  
Per rendere ancora meglio gli stati d'animo melanconici e l'indebolimento del corpo del protagonista, in particolar modo la vista, Dominik sceglie l'uso di particolari focali che creano così effetti visivi distorti, rendendo anche gli spettatori partecipi della sua visione delle cose. Accanto a ciò c'è inoltre una selezionatissima scelta della fotografia; paesaggi colti in particolari momenti della giornata, quelli più affini a Jesse, il suo scorrere delle dita tra le spighe di grano come a voler ricordare che nulla è immutabile, sottolineano la profonda conoscenza che ha di sé, i suoi limiti e il tempo che ha ancora a disposizione. 
Concluderei con il solito giudizio in mini me ma, siccome mi è stato detto che non lo esprimo abbastanza chiaramente, da questo momento cercherò di farlo... Ogni critico che si rispetti ha sempre con sé un'accetta tascabile (nel mio caso da borsa!) pronta a calare la sua lama sul film che le capita a tiro in quel momento e oggi è la volta di questo. La pellicola non è male, per tutto il discorso fatto sopra, ma è troppo lunga e a volte anche lenta; io personalmente avrei tagliato 45 min buoni e velocizzato alcune azioni in punti salienti. Detto ciò il mio voto è di   
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