lunedì 22 dicembre 2014

Lo hobbit: la caduta di Jackson

Dopo 3 anni è giunto il tempo di tirare le fila di una trilogia molto discussa, in positivo o negativo che sia. Si tratta, forse l'avete già intuito, di quella creata da Peter Jackson che proprio non ne voleva sapere di abbandonare la tanto amata Terra di Mezzo... Lo Hobbit. Ho deciso di racchiudere in un unico post tutti e tre i film perché analizzarli uno alla volta sarebbe primo uno spreco di tempo e secondo non avrebbe senso dato che insieme dovrebbero costituire un unicum narrativo. 
Fatta questa premessa iniziamo con una considerazione molto semplice: il livello qualitativo di Jackson ha avuto un crollo epico (è davvero il caso di dirlo) in questi tre film. Probabilmente siamo stati usati troppo bene con la saga precedente, non a caso Il Signore degli Anelli è stato definito unanimemente dalla critica come un fantasy nel fantasy, ma ciò non toglie, anzi dovrebbe essere uno stimolo in più a fare meglio, che il regista ha avuto a sua disposizione i migliori effetti speciali per realizzare quest'ultima trasposizione. 
In secondo luogo la scelta di suddividere la trama in tre film (inizialmente erano solo due) per semplici ragioni commerciali non ha giovato al tutto perché Jackson ha dovuto inventare intere parti del racconto inserendo personaggi che o non c'entrano con le vicende, Legolas, o proprio non esistono, Tauriel, rendendo così pesante e macchinoso lo svolgersi dell'azione. Non c'era bisogno di vedere nascere un'impossibile storia d'amore nano/elfa che, tra l'altro, non va neanche a buon fine causa morte di uno dei due che così perde anche la sua ragion d'essere nel racconto perché tolto da ciò che in origine era il suo scopo. Non c'era bisogno di vedere il rivale lottare fino quasi a morire per salvare l'amata per poi sentirgli dire "non posso più stare qui" e quindi vederlo andare via scomparendo dalla storia di punto in bianco. Non c'era bisogno di vedere lo stesso dare il via ad un confronto/scontro generazionale padre/figlio che culmina nella classica presa di coscienza del primo che riacquista il suo ruolo di genitore e dà anzi un consiglio amorevole al figlio prima di partire suggerendogli chi andare a cercare (guarda caso quel Aragorn che diventerà suo compagno di viaggio nella più cruenta delle lotte della Terra di Mezzo)... Insomma se i film si fossero limitati a due probabilmente l'intera storia sarebbe stata più "realistica" e vicina al libro.
Ulteriore mancanza che a me ha dato particolarmente fastidio, e che contribuisce ad abbassare gli standard di qualità, sono alcune scene, in tutti e tre i film ma in particolare nell'ultimo, che vorrebbero apparire come comiche, create ad hoc per spezzare la tensione della battaglia o per smorzare i toni ma che tuttavia appaiono come forzate e senza senso; sono gag tra personaggi, scambi di battute o azioni fatte che degradano l'opera invece di darle quei piccoli respiri di cui tanto spesso ha bisogno.
Purtroppo devo anche aggiungere, ormai è una recensione cattiva quindi concedetemelo, che ho fatto davvero fatica ad arrivare alla fine del film nel senso che mi ha annoiato; mai una saga fantasy mi aveva fatto un effetto del genere. La battaglia, quella che dovrebbe essere il cuore pulsante dell'episodio è troppo lunga, senza grossi colpi di scena esclusa la conclusione che comunque è sopra le righe. Dopo un inizio tanto infuocato quanto breve in cui è la figura di Smaug a farla da padrone i toni si placano fino allo scontro finale in cui, diciamocelo pure, sono le aquile a salvare la pelle a tutti (se vi ricordate bene lo fanno anche ne Il Signore degli Anelli).
Devo trovare una nota positiva? Vi accontento: Smaug. Sì ha avuto una parte minima in quest'ultimo capitolo, ma d'effetto senza dubbio. Il che è merito degli effetti speciali della Weta Digital, stessa produzione che ha del resto animato tutta la saga precedente. 
Qui mi fermo lascio a voi giudicare il/i film; questo è quello che penso io e se dovessi dare un giudizio complessivo della trilogia sarebbe questo..
p.s. vi allego il trailer dell'ultimo capitolo!
                                                                                                                                                    3 

lunedì 15 dicembre 2014

François Truffaut: la retrospettiva alla Cinémathèque Française

Bon jour à tout le monde! Circa un mese fa sono andata a Paris espressamente per vedere la retrospettiva che la Cinémathèque ha dedicato a François Truffaut... perciò oggi ho deciso, invece di proporvi un film, di parlarvi della mostra.
La mostra, per tutti quelli che fossero interessati, rimane aperta fino al 1 febbraio 2015; fatta in occasione del 30 anniversario dalla morte del grande cineasta francese ripercorre le tappe salienti della sua carriera attraverso una serie di immagini di repertorio, documenti, tra cui svariate lettere ad amici e colleghi, articoli ecc.. e spezzoni di suoi film.
In sé l'esposizione non è particolarmente grande, ma ben strutturata e divisa in sezioni tematiche..
Si inizia dagli esordi e dagli spunti a cui Truffaut fa riferimento per dare vita alle prime opere; l'infanzia, ciò che lo circonda, i quartieri parigini e le prime apparizioni nei cineclub sono fondamentali per formare il giovane cineasta. Qui divora film su film e, da autodidatta, inizia a scrivere lunghe e dettagliate recensioni che lo portano a diventare parte attiva dei Cahiers du cinéma (la più importante rivista cinematografica francese e simbolo della Nouvelle Vague). Più di cento articoli vengono scritti tra il 1953 e il 1958 e, come se non bastasse, compie una lunga serie di interviste al maestro del brivido, Alfred Hitchcock, che danno origine a un libro a lui dedicato.
Accanto a tutti i numeri dei Cahiers su cui ha scritto l'esposizione offre la possibilità di vedere documenti e lettere personali scritte da Truffaut, fogli su cui prende appunti per future sceneggiature o note a margine di copioni che servono a migliorare la resa interpretativa dei suoi attori.
Una parte molto interessante è invece la sezione dedicata al rapporto del regista con gli attori con cui lavora, uno in particolare, il suo attore feticcio per eccellenza: Jean-Pierre Léaud.
Truffaut lo ingaggia appena bambino per recitare la parte protagonista del suo film forse più celebre: I 400 colpi. Léaud cresce fisicamente e attorialmente con François; quest'ultimo crea una vera e propria narrazione filmica attraverso gli anni per mostrare l'evoluzione e la crescita del personaggio interpretato da Jean-Pierre, Antoine Doinel. Diverse infatti sono le pellicole interpretate da Léaud nel corso degli anni, tutte o quasi mostrate all'interno delle sale espositive attraverso fotografie di scena, fotogrammi o intere sequenze. A volte si possono osservare anche scatti rubati, i migliori a mio avviso,tra un ciac e l'altro che sorprendono il regista e l'attore nell'atto di confrontarsi su di una battuta, un'espressione o un movimento.
Non va poi assolutamente dimenticato che l'intera mostra pone l'accento sui temi salienti della  sua filmografia, il suo modo di lavorare e la sua visione del mondo attraverso l'occhio meccanico della cinepresa. Su tutto prevale il sentimento sia quello più dolce e sentimentale della serie di Doinel che la passione amorosa e forte delle altre opere. Infine un accenno va fatto anche ad una pellicola come Effetto notte un film metacinematografico che mostra un film nel film dal punto di vista della realtà.
Non mancano infine le interviste e le reinterpretazioni che giovani registi emergenti danno del maestro francese fautore, tra l'altro, di un'intera generazione di cineasti che hanno contribuito a rafforzare le fila della Nouvelle Vague e farla conoscere in tutto il mondo.
In conclusione è una mostra che merita di essere vista sia che siate amanti di Truffaut sia che vogliate scoprirlo da un nuovo punto di vista, inedito..


martedì 4 novembre 2014

K-pax: chi è veramente l'alieno?

Bon soir! Lo so che ultimamente non ho scritto granché, ma però ho visto qualche film molto, molto interessante... oggi quindi ve ne propongo uno che, alla sua uscita, piacque ma solo agli spettatori più attenti e coinvolti nel tema trattato. Tuttavia è un'opera che non va assolutamente sottovalutata. Si tratta di K-pax da un altro mondo del regista Iain Softley. 
Prot, il protagonista, compare dal nulla nel bel mezzo della stazione ferroviaria di Manhattan, affermando di provenire da un altro pianeta, K-pax nella costellazione della Lira. Viene di conseguenza subito internato in una clinica psichiatrica e affidato alle cure del dottor Powell che si dimostra immediatamente interessato dalle affermazioni fatte dal paziente. Prot ha sembianze umane ma possiede conoscenze che vanno oltre a quelle fino ad ora acquisite dalla popolazione terrestre e lo dimostra rispondendo con estrema facilità a qualsiasi tipo di domanda postagli dal dottor Powell; anche quando si trova a doversi confrontare con i più illustri astronomi è sempre cento passi avanti. Non è però solo questo a contraddistinguerlo; ha anche un'influenza più che positiva sugli altri pazienti della clinica. Grazie ai suoi consigli tutti compiono notevoli miglioramenti. 
Le cose cambiano quando viene invitato da Powell a casa sua per il giorno dell'Indipendenza; tutto sembra andare per il meglio (Prot è anche un grande divoratore di frutta!) fino a che un rubinetto dell'acqua non viene aperto scatenando una violenta reazione in Prot. Il dottore sottopone il paziente a ipnosi per risalire alla causa della sua reazione e scopre una misteriosa vicenda nel suo passato legata ad un altro essere umano "Pete" che, guarda caso, è fisicamente identico a Prot. Convinto di aver scoperto la verità sull'extraterrestre il dottore mette alle strette Prot prima che ritorni sul suo pianeta, ma quest'ultimo lo stupirà ancora una volta...
Come dicevo prima il film non riscosse il successo dovuto alla sua uscita perché tratta temi non facilmente comprensibili da tutti; oscilla infatti costantemente tra il genere fantascientifico, richiami filosofici e teorie evoluzionistiche. Il regista, attraverso una delle conversazioni tra Prot e Powell, fa descrivere al protagonista le caratteristiche del suo pianeta ed i suoi abitanti; ne deriva che K-pax è un mondo in cui non esistono leggi perché tutti, dal bambino all'anziano, sono in grado di seguire la logica del giusto e del bene senza mai inciampare nel male e senza ricorrere a condizionamenti legali. Questo dice è stato imparato molti secoli fa. Di rimando però non esistono neanche convenzioni sociali: non ci si sposa, non si hanno figli propri e nessuno è più importante degli altri. Tutti si prendono cura di tutti senza fare distinzioni. 
Queste teorie filosofiche sull'essere pertanto richiedono un'analisi approfondita e non sempre possono essere condivisibili da tutti e ciò porta la pellicola a risultare di difficile comprensione per i più. Nonostante tutto essa è molto interessante per gli spunti che fornisce, non solo in campo filosofico, ma anche in quello astronomico (mi riferisco alla scena nell'osservatorio); sebbene le stelle attorno a cui orbita K-pax, e che gli astrofisici tentano da anni di trovarne l'esatta posizione, non esistano nella realtà sottolineano comunque una continua ricerca di tutto quello che l'universo contiene e di come ogni suo elemento sia in stretto contatto con il resto per dare vita ad un unico organico. 
Infine il film è interessante anche per un altro motivo che non va assolutamente sottovalutato: il lato "umano". Prot assume al suo arrivo sulla Terra sembianze umane pur mantenendo le sua facoltà ed è l'unico che riesce a trovare un modo valido per entrare in contatto con i pazienti della clinica psichiatrica in cui si trova arrivando persino a curarli o a dargli il giusto impulso che li porterà, col tempo, sulla via della completa guarigione. Incarna perciò quello che dovrebbe essere lo spirito del bene, scarsamente seguito dagli uomini ( non a caso dice che in tempi passati Cristo e Buddha hanno cercato di farlo, ma non sono stati compresi dal resto della popolazione). 
Probabilmente l'unica cosa che si dovrebbe insegnare a Prot è come mangiare una banana, per il resto bisogna imparare da lui. Che funga da esempio perché solo guardando il film ci si fermi a pensare con un po' più di attenzione a cosa conta veramente; bisogna trovare l'"uccello azzurro".         
                                                                                                                                    4 e mezzo

giovedì 16 ottobre 2014

L'angelo del male. Renoir e il successo

Bon jour! Oggi vi presento un film di uno dei maggiori registi francesi di tutti i tempi: Jean Renoir. Figlio del celebre pittore impressionista Jean crea film tra gli anni '20 e '60 diventando uno dei pilastri per tutti i cineasti a venire, soprannominato da Rivette "Le patron". Il film in questione, tratto dal romanzo di Zola La bestia umana, ottiene già dalla prima proiezione un enorme successo. Si tratta de L'angelo del male del 1938.
Il protagonista è Jacques Lantier ferroviere che, a causa di alcune tare familiari, soffre di pulsioni violente e aggressive; l'unico posto in cui si sente veramente bene e al sicuro è sulla sua locomotiva, la Lisa come la chiama, insieme al compagno Pecquereux. Un giorno però mentre aspetta una riparazione incontra una giovane donna, Séverine, moglie del vicecapo della stazione di Havre e se ne innamora. Pur avvisato della gelosia del marito Roubaud (che ha da poco assassinato il precedente amante) decide di intraprendere una relazione con lei. La loro non è una storia felice; inizialmente si vedono di nascosto nei posti più bui della stazione ferroviaria per non rivelare a nessuno la realtà delle cose, poi però iniziano a non curarsi più del segreto e si mostrano apertamente, indifferenti alle reazioni di Roubaud. Il loro amore non è vero amore, i dubbi iniziano a sorgere in entrambi, dubitano della lealtà dell'altro e si lasciano influenzare dai rispettivi passati; ben presto il rancore prende il sopravvento portando a richieste folli. Séverine infatti propone a Lantier di uccidere il marito, presenza quanto mai ingombrante e pericolosa; Lantier pur provandoci non riesce però a compiere ciò che gli è stato chiesto e così viene lasciato.
Tuttavia in uno degli ultimi incontri con la donna scatta in lui un vecchio istinto violento che lo porta compiere due gesti estremi: il primo verso di lei e il secondo verso se stesso.
Fin da subito va precisata una cosa: il vero protagonista del film non è Lantier, bensì il treno, la locomotiva sulla quale ogni giorno l'uomo fa il tragitto Parigi-Le Havre e sulla quale si sente al sicuro. Da cosa lo si capisce? Semplice, dal fatto che Renoir apre e chiude il film con lei, che le scene focali si svolgono su di essa o hanno lei come sfondo.  E' lei che indica la direzione stessa della storia.
Lantier diventa un tutt'uno con la macchina (le dà persino un nome!) perché attraverso di essa riesce a esprimere i suoi veri sentimenti, a sentirsi libero di quelle tare che condizionano la sua vita fino a condurlo alla morte. Questa è una peculiarità tipica del regista: esprimere i personaggi piuttosto che mostrarli; essi non sono semplici marionette davanti ad una cinepresa. Renoir fa si che riescano, attraverso condizioni avverse, a dare a noi spettatori uno spaccato della realtà per come la vivono loro, percepiamo le loro idee (condivisibili o meno), i loro dolori o le gioie. Lo schermo che separa finzione e realtà viene così a mancare, il cinema stesso si fa realtà.
Un'altra caratteristica tipica dello stile di Renoir che emerge dal film è l'uso delle inquadrature lunghe. Anche in questo caso lo si può notare in apertura quando siamo "costretti" a seguire visivamente il tragitto fatto quotidianamente dal macchinista. Tutta la ripresa viene fatta sulla locomotiva in modo da creare una soggettiva: vediamo ciò che il protagonista vede e lo vediamo con gli occhi dello treno. Alberi, case, interi villaggi sono solo sagome confuse a cui sfrecciamo accanto con in sottofondo lo sferragliare metallico dei binari. Questo ci consente non solo di entrare fin da subito in sintonia con il protagonista, ma ci dà anche il ritmo di quella che sarà l'evoluzione della storia.
A volte sottovalutato e incompreso Renoir crea opere che sono invece la prova di un grande talento artistico; saranno però solo i fautori della Nouvelle Vague negli anni '60 a capirne a fondo l'importanza. 
                                                                                                                                    3 e mezzo 

mercoledì 1 ottobre 2014

In the mood for love: l'amore impossibile

Bon jour à tout le monde! Dopo una serie di film a tema musicale oggi vi vorrei parlare di qualcosa di più romantico, anche se triste... Tuttavia il film merita davvero di essere visto perciò ve lo propongo nella speranza che vi possa piacere. Si tratta di In the mood for love di Wong Kar-Wai.
Nella Hong Kong degli anni '60 si intrecciano le vite di un uomo e una donna; Chow Mowan e Su Lizhen si ritrovano ad essere vicini di casa per puro caso, sono entrambi sposati ma i rispettivi coniugi sono spesso assenti sia per lavoro sia sentimentalmente. Ben presto si scopre però che questi ultimi sono in realtà amanti da molto tempo. Pur ammettendo questo stato delle cose tra di loro i due protagonisti continuano a mantenere un rapporto di cordiale vicinanza, ma i frequenti incontri sotto casa, gli attimi rubati tra un saluto e l'altro e i lunghi periodi di solitudine fanno sì che alla fine si innamorino. Iniziano così a vedersi promettendosi che non faranno come i loro consorti... però non ce la fanno e si vedono di nascosto dagli altri, in locali isolati dove nessuno li conosce e qui parlano per ore arrivando addirittura a inscenare possibili discorsi con il rispettivo marito/moglie. 
Tutto questo però non fa altro che allontanarli sempre di più, creando vuoti che di incontro in incontro si fanno sempre più grandi; entrambi infatti sanno che il loro amore non potrà mai avere un esito positivo, non potrà mai rivelarsi apertamente al mondo intero.
L'opera di Kar-Wai, pur nell'estrema linearità della trama, mostra un crescendo per quando riguarda i sentimenti provati dai due protagonisti; essi aumentano piano piano, con delicatezza come a non voler turbare l'armonia della casa; la loro intensità si manifesta soprattutto interiormente creando un vero e proprio sconvolgimento emotivo che lascia entrambi i personaggi "spaesati". Non sanno come comportarsi, non vogliono ripercorrere la stessa strada dei loro compagni, soprattutto non vogliono essere giudicati dalla gente. Sono contornati da persone ancora ancorati ad una mentalità arcaica che si trova in contrapposizione con il clima che sta nascendo ad Hong Kong. Si sentono catturati in un vortice che non possono fermare e da cui non possono uscire, ma che tuttavia non porta a qualcosa di positivo. 
Non a caso il regista sceglie come sottofondo alla storia musiche (di Michael Galasso) malinconiche, tristi che si ripetono frequentemente nel corso della narrazione e che spesso prendono il sopravvento sulla parola; quest'ultima non è necessaria, non serve parlare per forza, i silenzi dicono molto di più. Anche la scelta della location è ponderata accuratamente; negli anni '60 infatti Hong Kong funge da rifugio/crocevia per tutti coloro che vogliono allontanarsi dal comunismo di Mao, evadere da una società conservativa (Shanghai) e guardare al futuro. Questo essere luogo di passaggio si riflette negli stessi protagonisti che non si sentono a proprio agio nella situazione in cui, loro malgrado, sono e lo si nota man mano che la storia va avanti; nel finale, a distanza di anni quando entrambi si sono allontanati dalla città e hanno fatto esperienze diverse, ritornano in quello che è stato il luogo del loro incontro e ripercorrono con gli occhi della memoria gli attimi passati. Hong Kong rimarrà sempre per loro il luogo di un amore malinconico.
Wong Kar-Wai racconta una storia d'amore malinconica, triste in cui però tanti si possono rispecchiare; chi non ha mai provato sentimenti che, per un motivo o per l'altro, erano destinati a non avere un lieto fine? 
                                                                                                                                     4 

sabato 27 settembre 2014

Beethoven a confronto

Bon jour!! Vi ricordate la recensione che ho scritto tempo fa su Beethoven? Bene, siccome la mia amica Erica, che cura un blog di musica, sta trattando questo compositore mi ha chiesto di vedere oltre al precedente film, Amata immortale, altri due che oggi qui vi riassumo per mostrarvi due diversi punti di vista sulla vita del grande maestro. Sono due opere completamente opposte tra loro che danno una particolare interpretazione della musica di Beethoven.
Ecco la prima: Lezione ventuno di Alessandro Baricco. Il film parla del perché il professor Kilroy abbia annoverato la Nona sinfonia di Beethoven tra i 141 capolavori sopravvalutati dalla critica; attraverso il racconto della sua studente preferita spiega, nota dopo nota, come l'intera composizione non sia altro che il risultato di un musicista arrivato ormai al termine della sua carriera, troppo pieno di sé e troppo sordo per accorgersi che quello che scrive non sarà mai apprezzato. Contemporaneamente si apre nel film un parallelismo con il 1824, anno in cui fu composto l'Inno alla Gioia, in cui compaiono una serie di personaggi che danno la loro personale interpretazione, come in una vera e propria intervista, della partitura dopo che fu suonata pubblicamente per la prima volta. Nell'inverno dello stesso anno inoltre si svolge la storia di un violinista, scoperto morto assiderato con ancora il suo violino in mano, sulla riva di un lago poco fuori Vienna, che si ritrova in uno strano villaggio con strani personaggi, ognuno dei quali ha la sua visione della musica di Beethoven. 
Di tutt'altro genere è invece l'altro film Io e Beethoven diretto da Agnieszka Holland. In questo caso fantasia e realtà si mescolano per dare un ritratto un po' più smussato del grande compositore. Beethoven sta per finire di scrivere la Nona sinfonia, ma ha bisogno di qualcuno che copi i suoi appunti in partiture ordinate; il suo segretario gli manda una giovane copista, Anna Holtz, che non solo finisce di trascrivere la sua musica ma lo stimola, lo capisce meglio di chiunque altro e ne placa gli attacchi d'ira improvvisa. Sarà proprio lei che nel giorno della prima esecuzione pubblica lo guiderà nella direzione dell'orchestra evitando in questo modo qualsiasi tipo di stonatura. Sarà sempre lei che lo sosterrà dopo il fallimento della Grande fuga, opera incompresa per gli ascoltatori dell'epoca e sarà lei l'ultima persona che Beethoven vede prima di morire.
Due punti di vista opposti quelli presentati in questi due film; nel primo caso si vuole mostrare come la Nona sinfonia non sia poi quel gran capolavoro che tutti applaudono, mentre nel secondo si elogia il lavoro fatto dal maestro, lo si porta ai massimi livelli contrapponendolo all'opera successiva che al contrario non fu compresa se non molto dopo la sua morte. Chi ha ragione? 
A mio avviso nessuno dei due... Il film di Baricco (che è anche scrittore, critico musicale, pianista..) non va guardato, va sentito per poterlo capire; attraverso la Nona sinfonia mostra gli istanti di vita e i sentimenti provati da Beethoven mentre la componeva. Non è un inno alla gioia, ma una dichiarazione di sofferenza per la sua condizione di sordità, una dimostrazione di odio per come gli sia stata sottratta la cosa più preziosa che ha, l'udito. E' in poche parole una guerra interiore che il musicista combatte nota dopo nota. Tutto il resto, i personaggi e gli scenari onirici, sono il frutto della fantasia del regista che cerca di trasmettere in immagini quello che lui stesso associa a questa musica per far comprendere a noi spettatori il suo punto di vista. Spesso però non fa altro che disorientarci e confonderci, come disorientato è il violinista che verrà in seguito trovato assiderato.
Al contrario il film della Holland mescola elementi e personaggi di pura invenzione per mostrare un Beethoven ancora all'apice della sua carriera; qui lo si descrive non ancora sordo del tutto e gli si affianca la figura di Anna (nella realtà mai esistita) per addolcirne i tratti. Questo modificare la realtà tuttavia tende a sminuire lo stesso compositore facendolo apparire a volte quasi "debole", malleabile; nella realtà invece era una persona aspra, dura che non avrebbe mai permesso a qualcuno di cambiare anche leggermente una delle sue partiture.
Per comprendere appieno Beethoven però il modo migliore (ve lo dico da pianista) è quello di ascoltarne le opere, non solo la Nona sinfonia, ma anche le altre, quelle composte prima e quelle dopo per coglierne i cambiamenti, le alterazioni che riflettono il suo stato d'animo. Dopo potrete voi decidere quale tra questi film, non dimenticate Amata immortale, vi piace di più!
                                                                                                 Lezione ventuno  3                                                                                                                          Io e Beethoven   2 e mezzo



venerdì 19 settembre 2014

Il gabinetto del dottor Caligari = espressionismo puro

Aujourd'hui mes chérs ho scelto un film che cercavo di guardare da un sacco di tempo, ma che non trovavo mai. E' un'opera fondamentale per il periodo in cui è stata realizzata, tanto che ne rappresenta l'apice stesso. Suo regista è Robert Wiene mentre il titolo è Il gabinetto del dottor Caligari del 1920.
Il protagonista, Franz, racconta ad un vecchio seduto vicino a lui una storia particolare e misteriosa avvenuta nel suo passato in un piccolo paesino della Germania... Per la fiera locale arriva in paese un misterioso individuo, tale Caligari, per presentare la sua attrazione: Cesare, uomo sonnambulo fin dalla tenera età capace anche di prevedere il futuro che, generalmente, risulta essere macabro per chi lo chiede. Infatti dall'arrivo dei due personaggi ogni sera avvengono sospette morti, legate appunto alle previsioni fatte da Cesare; tra queste c'è anche quella dell'amico di Franz che condivide con lui l'amore per la giovane Jane. La stessa ragazza diventa la prossima vittima dei due uomini, ma il sonnambulo, rimanendo incantato dalla bellezza della giovane, non riesce a portare a termine l'ordine ricevuto e scappa nella foresta. Jane racconta cos'è avvenuto alla polizia che si precipita ad arrestare il dottor Caligari rifugiatosi nel frattempo in un manicomio di cui è anche lo stesso direttore. Qui viene ritrovato il suo diario in cui confessa il desiderio di scoprire e usare tutte le tecniche relative al sonnambulismo; viene perciò internato.
Il flashback di Franz termina, ma non è detto che questo sia ciò che davvero è avvenuto perché Franz e il suo interlocutore sono seduti sulla panchina del...
Il film di Wiene è l'apoteosi del movimento espressionista tedesco, movimento già nel pieno del suo successo quando il film uscì, ne incarna appieno tutte le caratteristiche tipiche e funge quasi da pioniere per le future opere cinematografiche. Quello che emerge infatti è l'espressività dei vari personaggi, tutti pesantemente truccati (generalmente con trucco molto scuro) per accentuare maggiormente le connotazioni dei diversi stati d'animo. Inoltre anche la trama gioca un ruolo chiave: tutta la storia si basa su di una serie di reciproche accuse tra i vari soggetti tanto che lo spettatore non sa più a chi deve credere e deve aspettare la fine per scoprire la verità; ogni volta che sembra essere arrivato a un epilogo ecco che tutto si capovolge e l'accusatore diventa accusato. 
Tuttavia quello che colpisce al di sopra di qualsiasi altra cosa fin dall'inizio sono le inquadrature e le scenografie utilizzate dal regista. Quest'ultime sono un capolavoro di allucinante follia, non hanno una logica (pur avendola!) e sono piene di spigoli appuntiti, strade arzigogolate che non portano in nessun luogo e ombre minacciose ad ogni curva. Non esiste in poche parole una geometria: il sotto può diventare sopra come la destra diventare sinistra; solamente i personaggi sanno come muoversi al loro interno perché pervasi anche loro da pura pazzia. Questo mondo distorto ricorda molto le opere degli artisti espressionisti più in voga in quel periodo: Kirchner, Macke, Klee... e anche qualche futurista come Prampolini. 
Le inquadrature privilegiate sono invece in genere fisse, con un montaggio quasi inesistente per creare un effetto di "piattezza" dell'azione, mentre il restringimento del focale dell'obiettivo dà un senso di soffocamento come se l'azione si chiudesse pian piano su se stessa, lasciando al di fuori lo spettatore che non può essere partecipe della vicenda.
Che il film sia un capolavoro creativo non c'è dubbio e lo si capisce subito, che funga poi da stimolo per le pellicole a venire lo si nota solo in seguito quando compaiono i lavori di Lang, Metropolis,  Murnau, Nosferatu il vampiro e così via. Forse mai come prima due arti (cinema e arte) si sono così ben amalgamate per rappresentare una delle maggiori avanguardie del primo Novecento portandone le peculiarità all'ennesima potenza.
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