venerdì 23 ottobre 2015

Inside Out: quando le emozioni escono allo scoperto

Bonjour à tout le monde! E' vero, è da quasi un anno che non scrivo più sul blog, non perché me ne sia dimenticata, anzi, ma un po' per imprevisti vari e un po' per "mancanza d'ispirazione" ho sempre rimandato fino ad ora. Adesso però sono pronta a tornare a postare con, spero, un po' più di regolarità...
Il film che ho scelto per il ritorno appartiene al genere che più preferisco in assoluto e, guarda caso, ha per protagonista proprio una creatura con il mio stesso nome (lo ammetto mi sento molto importante!)... Si tratta dell'ultimo lavoro realizzato dalla Pixar: Inside Out.
La storia fin da subito segue parallelamente lo sviluppo di due vicende: da una parte quella di Riley, la bimba attorno a cui ruota la vicenda, dal momento della sua nascita fino all'età attuale ovvero 12 anni, e dall'altra quella di Gioia, una delle emozioni, quella che guida le altre, presenti nella mente della bambina. Tutta la vita di Riley si svolge basandosi su ciò che le cinque emozioni, oltre a Gioia anche Tristezza, Disgusto, Rabbia e Paura, ritengono sia giusto per lei, proteggendola quando occorre e rendendola felice nella maggior parte dei casi. Ogni volta nella mente della bimba si crea un ricordo, associato al colore dell'emozione che l'ha scatenato, che viene raccolto da uno dei cinque e immagazzinato nella memoria a lungo termine per far sì che si creino delle piccole "città" interiori perfettamente funzionanti in cui tutto va bene e che rendono Riley felice.
Ma cosa succede quando contemporaneamente i genitori della piccola scelgono di trasferirsi e Tristezza decide di voler essere più partecipe nello sistemare i ricordi? Un disastro. D'un tratto tutte le sfere contenenti i ricordi della bambina si trasformano assumendo la connotazione triste dell'emozione che l'ha toccato e, di conseguenza si modificano alterandone la percezione avuta. A ciò si aggiunge il cambio di città con la conseguente perdita di amici e luoghi cari che mandano Riley in completo subbuglio e la portano a compiere gesti che mai avrebbe fatto.
Tocca a Gioia cercare di risolvere la situazione, ma non sarà sola perché avrà un'assistente che rivelerà capacità nascoste...
Tra tutti i film realizzati finora dalla Pixar questo è certamente il più complesso per struttura e contenuti; la domanda iniziale che si è posta il team prima di iniziarne la realizzazione, "se le emozioni avessero emozioni", ha dato origine ad un vero e proprio mondo interiore, con una sua complessa struttura organizzativa in cui se qualcosa va storto intoppa l'intero sistema. Le storie delle due protagoniste (Gioia e Riley) si svolgono, intrecciandosi, parallelamente e nessuna delle due può esistere senza l'altra; in questo modo si attua un continuo botta e risposta che modifica costantemente la situazione creando un dinamismo che non prevede punti morti. Ad un'azione ne corrisponde un'altra che crea un determinato esito, ma se nel frattempo una parte di tale azione subisce una modifica allora il finale sarà totalmente diverso da come doveva essere. Questo mostra come sia complicata la mente e la psiche umana, mostra come non ci sia un'unico modo d'agire, la strada da percorrere non è mai dritta ma piena di curve e incroci che ne cambiano costantemente la direzione. 
La scelta di focalizzarsi su cinque emozioni chiave rafforza tale complessità e dà vita ad una riflessione su ciò che si cela dentro ognuno di noi. La rappresentazione dei mondi interni a Riley è estremamente varia: si inizia dalla memoria a lungo termine in cui vengono raccolte tutte le sfere contenenti i ricordi, lunghe file di scaffali meticolosamente ordinati per poi passare a un mondo tutto colorato e sfavillante legato alla prima infanzia; si arriva così al mondo più pericoloso del pensiero astratto in cui l'immaginazione si realizza, fino al luogo dedicato alla produzione dei sogni e degli incubi. Esiste però anche un posto buio e cupo, il baratro della memoria nel quale finiscono i ricordi dimenticati che lentamente svaniscono. 
Tutte queste diverse realtà fanno parte di un unico, complesso ingranaggio: l'uomo. Esse lo guidano, lo condizionano (inteso nel senso positivo) e lo accompagnano nel suo percorso di crescita; non a caso nel finale si vede come il pannello di controllo usato dalle emozioni viene sostituito con uno più grande e con più comandi per sopperire alle future necessità. 
Non era per niente facile realizzare un'opera del genere senza scadere nella banalità o perdersi nella complessità dell'impresa; sicuramente il genere animazione permette di "osare" molto di più coinvolgendo qualsiasi fascia d'età che, secondo le proprie capacità, coglierà ognuno uno strato diverso della riflessione.
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sabato 10 gennaio 2015

Big Eyes ovvero Burton si è accecato

Bon soir à tout le monde! Qualche giorno fa ho visto un film sul quale avevo posto molte aspettative, non alte, ma pur sempre delle aspettative. Mi dispiace dirlo ma non sono state soddisfatte e la cosa mi rattrista (passatemi il termine) perché l'opera in questione è l'ultima realizzata da uno dei miei registi preferiti... vi dò un aiutino: è un outsider che ha iniziato la sua carriera presso la Disney. Indovinato? Esatto è proprio lui, Tim Burton e il film che mi ha perplesso è Big Eyes.
La pellicola è un biopic basato sulla storia dei coniugi Keane e del loro improvviso successo artistico. Margaret, donna divorziata e con una figlia a carico, dipinge per passione e necessità un'infinita serie di bambini dagli occhi sproporzionatamente grandi che vende, quando ci riesce, a prezzi ridicoli. Questo finché non incontra Walter che sposa poco dopo affidandosi completamente a lui e al suo mondo fittizio basato sulla menzogna. E' lui infatti che vende, grazie alla sua verve dinamica e accattivante, i quadri dei "piccoli orfanelli", come gli definisce, modificando un piccolo quanto importante dettaglio: si appropria del merito... Con gli anni riesce persino a convincere la moglie a credere a ciò, relegandola in soffitta allo scopo di farle dipingere giorno e notte dipinti su dipinti e quando quest'ultimi raggiungono prezzi non più accessibili a tutti si mette a commercializzarne riproduzioni, poster, cartoline e quant'altro. Tutto questo dura per una decina d'anni finché un giorno Margaret, aiutata dalla figlia, non apre davvero gli occhi, quegli stessi occhi che dipinge grandi perché sono lo specchio dell'anima, e se ne va di casa. Non solo! Fa causa a Walter rivelando al mondo intero che la vera artefice delle opere è lei; l'unico modo per dimostrarlo è provarlo pubblicamente...
La storia della vicenda dei Keane è interessante e di sicuro ebbe un effetto mediatico di notevole importanza; la domanda però che io mi pongo è: dov'è finito in tutto questo Tim Burton? Dov'è finito il regista di capolavori come Big Fish, Edward mani di forbice o La sposa cadavere? Sembra, non solo in questo film ma anche in quelli più recenti, che abbia perso la sua bussola interiore, quello strumento che dagli esordi della sua carriera lo ha guidato verso una carriera sfolgorante; non è più (purtroppo) quel bambino che guardando film horror in tv rideva e si divertiva... La vena gotica che ha sempre in qualche modo caratterizzato il suo stile si è affievolita, dove non è del tutto scomparsa, lasciando il posto al grottesco e al banale. L'outsider, suo alter ego sullo schermo, si è integrato nella società che lo rinnegava.
Nello specifico analizzando questa pellicola dal punto di vista stilistico (contenutisticamente invece essendo un'opera biografica si presume che segua fedelmente, almeno al 90%, la vera vicenda) si ha la sensazione che essa sia "piatta", priva di spessore, che manchi di quel qualcosa imprescindibile per attirare l'attenzione - almeno la mia - dello spettatore. Sì, certo i due protagonisti sono grandi attori (per fortuna!), ma vengono ugualmente sviliti nei loro ruoli, ridicolizzati perché portati all'eccesso nei tratti che li contraddistinguono. L'anima di cui parla Margaret quando spiega il perché dipinga solo bimbi con grandi occhi qui non è presente, rimane intrappolata nella tela della pellicola. 
Non so cosa sia successo a quel ragazzino che a 12 anni scelse di andare a vivere con la nonna perché si sentiva ormai incompatibile coi genitori e che adorava terrorizzare i suoi coetanei raccontandogli l'arrivo imminente degli alieni... forse si sarà stufato della settima arte? Non penso, lo spero perché c'è bisogno di figure come lui, il "vecchio" lui, per mantenere attivo il cinema. Io almeno continuo a confidare nelle sue potenzialità..
                                                                                                                                       2 e mezzo


lunedì 22 dicembre 2014

Lo hobbit: la caduta di Jackson

Dopo 3 anni è giunto il tempo di tirare le fila di una trilogia molto discussa, in positivo o negativo che sia. Si tratta, forse l'avete già intuito, di quella creata da Peter Jackson che proprio non ne voleva sapere di abbandonare la tanto amata Terra di Mezzo... Lo Hobbit. Ho deciso di racchiudere in un unico post tutti e tre i film perché analizzarli uno alla volta sarebbe primo uno spreco di tempo e secondo non avrebbe senso dato che insieme dovrebbero costituire un unicum narrativo. 
Fatta questa premessa iniziamo con una considerazione molto semplice: il livello qualitativo di Jackson ha avuto un crollo epico (è davvero il caso di dirlo) in questi tre film. Probabilmente siamo stati usati troppo bene con la saga precedente, non a caso Il Signore degli Anelli è stato definito unanimemente dalla critica come un fantasy nel fantasy, ma ciò non toglie, anzi dovrebbe essere uno stimolo in più a fare meglio, che il regista ha avuto a sua disposizione i migliori effetti speciali per realizzare quest'ultima trasposizione. 
In secondo luogo la scelta di suddividere la trama in tre film (inizialmente erano solo due) per semplici ragioni commerciali non ha giovato al tutto perché Jackson ha dovuto inventare intere parti del racconto inserendo personaggi che o non c'entrano con le vicende, Legolas, o proprio non esistono, Tauriel, rendendo così pesante e macchinoso lo svolgersi dell'azione. Non c'era bisogno di vedere nascere un'impossibile storia d'amore nano/elfa che, tra l'altro, non va neanche a buon fine causa morte di uno dei due che così perde anche la sua ragion d'essere nel racconto perché tolto da ciò che in origine era il suo scopo. Non c'era bisogno di vedere il rivale lottare fino quasi a morire per salvare l'amata per poi sentirgli dire "non posso più stare qui" e quindi vederlo andare via scomparendo dalla storia di punto in bianco. Non c'era bisogno di vedere lo stesso dare il via ad un confronto/scontro generazionale padre/figlio che culmina nella classica presa di coscienza del primo che riacquista il suo ruolo di genitore e dà anzi un consiglio amorevole al figlio prima di partire suggerendogli chi andare a cercare (guarda caso quel Aragorn che diventerà suo compagno di viaggio nella più cruenta delle lotte della Terra di Mezzo)... Insomma se i film si fossero limitati a due probabilmente l'intera storia sarebbe stata più "realistica" e vicina al libro.
Ulteriore mancanza che a me ha dato particolarmente fastidio, e che contribuisce ad abbassare gli standard di qualità, sono alcune scene, in tutti e tre i film ma in particolare nell'ultimo, che vorrebbero apparire come comiche, create ad hoc per spezzare la tensione della battaglia o per smorzare i toni ma che tuttavia appaiono come forzate e senza senso; sono gag tra personaggi, scambi di battute o azioni fatte che degradano l'opera invece di darle quei piccoli respiri di cui tanto spesso ha bisogno.
Purtroppo devo anche aggiungere, ormai è una recensione cattiva quindi concedetemelo, che ho fatto davvero fatica ad arrivare alla fine del film nel senso che mi ha annoiato; mai una saga fantasy mi aveva fatto un effetto del genere. La battaglia, quella che dovrebbe essere il cuore pulsante dell'episodio è troppo lunga, senza grossi colpi di scena esclusa la conclusione che comunque è sopra le righe. Dopo un inizio tanto infuocato quanto breve in cui è la figura di Smaug a farla da padrone i toni si placano fino allo scontro finale in cui, diciamocelo pure, sono le aquile a salvare la pelle a tutti (se vi ricordate bene lo fanno anche ne Il Signore degli Anelli).
Devo trovare una nota positiva? Vi accontento: Smaug. Sì ha avuto una parte minima in quest'ultimo capitolo, ma d'effetto senza dubbio. Il che è merito degli effetti speciali della Weta Digital, stessa produzione che ha del resto animato tutta la saga precedente. 
Qui mi fermo lascio a voi giudicare il/i film; questo è quello che penso io e se dovessi dare un giudizio complessivo della trilogia sarebbe questo..
p.s. vi allego il trailer dell'ultimo capitolo!
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lunedì 15 dicembre 2014

François Truffaut: la retrospettiva alla Cinémathèque Française

Bon jour à tout le monde! Circa un mese fa sono andata a Paris espressamente per vedere la retrospettiva che la Cinémathèque ha dedicato a François Truffaut... perciò oggi ho deciso, invece di proporvi un film, di parlarvi della mostra.
La mostra, per tutti quelli che fossero interessati, rimane aperta fino al 1 febbraio 2015; fatta in occasione del 30 anniversario dalla morte del grande cineasta francese ripercorre le tappe salienti della sua carriera attraverso una serie di immagini di repertorio, documenti, tra cui svariate lettere ad amici e colleghi, articoli ecc.. e spezzoni di suoi film.
In sé l'esposizione non è particolarmente grande, ma ben strutturata e divisa in sezioni tematiche..
Si inizia dagli esordi e dagli spunti a cui Truffaut fa riferimento per dare vita alle prime opere; l'infanzia, ciò che lo circonda, i quartieri parigini e le prime apparizioni nei cineclub sono fondamentali per formare il giovane cineasta. Qui divora film su film e, da autodidatta, inizia a scrivere lunghe e dettagliate recensioni che lo portano a diventare parte attiva dei Cahiers du cinéma (la più importante rivista cinematografica francese e simbolo della Nouvelle Vague). Più di cento articoli vengono scritti tra il 1953 e il 1958 e, come se non bastasse, compie una lunga serie di interviste al maestro del brivido, Alfred Hitchcock, che danno origine a un libro a lui dedicato.
Accanto a tutti i numeri dei Cahiers su cui ha scritto l'esposizione offre la possibilità di vedere documenti e lettere personali scritte da Truffaut, fogli su cui prende appunti per future sceneggiature o note a margine di copioni che servono a migliorare la resa interpretativa dei suoi attori.
Una parte molto interessante è invece la sezione dedicata al rapporto del regista con gli attori con cui lavora, uno in particolare, il suo attore feticcio per eccellenza: Jean-Pierre Léaud.
Truffaut lo ingaggia appena bambino per recitare la parte protagonista del suo film forse più celebre: I 400 colpi. Léaud cresce fisicamente e attorialmente con François; quest'ultimo crea una vera e propria narrazione filmica attraverso gli anni per mostrare l'evoluzione e la crescita del personaggio interpretato da Jean-Pierre, Antoine Doinel. Diverse infatti sono le pellicole interpretate da Léaud nel corso degli anni, tutte o quasi mostrate all'interno delle sale espositive attraverso fotografie di scena, fotogrammi o intere sequenze. A volte si possono osservare anche scatti rubati, i migliori a mio avviso,tra un ciac e l'altro che sorprendono il regista e l'attore nell'atto di confrontarsi su di una battuta, un'espressione o un movimento.
Non va poi assolutamente dimenticato che l'intera mostra pone l'accento sui temi salienti della  sua filmografia, il suo modo di lavorare e la sua visione del mondo attraverso l'occhio meccanico della cinepresa. Su tutto prevale il sentimento sia quello più dolce e sentimentale della serie di Doinel che la passione amorosa e forte delle altre opere. Infine un accenno va fatto anche ad una pellicola come Effetto notte un film metacinematografico che mostra un film nel film dal punto di vista della realtà.
Non mancano infine le interviste e le reinterpretazioni che giovani registi emergenti danno del maestro francese fautore, tra l'altro, di un'intera generazione di cineasti che hanno contribuito a rafforzare le fila della Nouvelle Vague e farla conoscere in tutto il mondo.
In conclusione è una mostra che merita di essere vista sia che siate amanti di Truffaut sia che vogliate scoprirlo da un nuovo punto di vista, inedito..


martedì 4 novembre 2014

K-pax: chi è veramente l'alieno?

Bon soir! Lo so che ultimamente non ho scritto granché, ma però ho visto qualche film molto, molto interessante... oggi quindi ve ne propongo uno che, alla sua uscita, piacque ma solo agli spettatori più attenti e coinvolti nel tema trattato. Tuttavia è un'opera che non va assolutamente sottovalutata. Si tratta di K-pax da un altro mondo del regista Iain Softley. 
Prot, il protagonista, compare dal nulla nel bel mezzo della stazione ferroviaria di Manhattan, affermando di provenire da un altro pianeta, K-pax nella costellazione della Lira. Viene di conseguenza subito internato in una clinica psichiatrica e affidato alle cure del dottor Powell che si dimostra immediatamente interessato dalle affermazioni fatte dal paziente. Prot ha sembianze umane ma possiede conoscenze che vanno oltre a quelle fino ad ora acquisite dalla popolazione terrestre e lo dimostra rispondendo con estrema facilità a qualsiasi tipo di domanda postagli dal dottor Powell; anche quando si trova a doversi confrontare con i più illustri astronomi è sempre cento passi avanti. Non è però solo questo a contraddistinguerlo; ha anche un'influenza più che positiva sugli altri pazienti della clinica. Grazie ai suoi consigli tutti compiono notevoli miglioramenti. 
Le cose cambiano quando viene invitato da Powell a casa sua per il giorno dell'Indipendenza; tutto sembra andare per il meglio (Prot è anche un grande divoratore di frutta!) fino a che un rubinetto dell'acqua non viene aperto scatenando una violenta reazione in Prot. Il dottore sottopone il paziente a ipnosi per risalire alla causa della sua reazione e scopre una misteriosa vicenda nel suo passato legata ad un altro essere umano "Pete" che, guarda caso, è fisicamente identico a Prot. Convinto di aver scoperto la verità sull'extraterrestre il dottore mette alle strette Prot prima che ritorni sul suo pianeta, ma quest'ultimo lo stupirà ancora una volta...
Come dicevo prima il film non riscosse il successo dovuto alla sua uscita perché tratta temi non facilmente comprensibili da tutti; oscilla infatti costantemente tra il genere fantascientifico, richiami filosofici e teorie evoluzionistiche. Il regista, attraverso una delle conversazioni tra Prot e Powell, fa descrivere al protagonista le caratteristiche del suo pianeta ed i suoi abitanti; ne deriva che K-pax è un mondo in cui non esistono leggi perché tutti, dal bambino all'anziano, sono in grado di seguire la logica del giusto e del bene senza mai inciampare nel male e senza ricorrere a condizionamenti legali. Questo dice è stato imparato molti secoli fa. Di rimando però non esistono neanche convenzioni sociali: non ci si sposa, non si hanno figli propri e nessuno è più importante degli altri. Tutti si prendono cura di tutti senza fare distinzioni. 
Queste teorie filosofiche sull'essere pertanto richiedono un'analisi approfondita e non sempre possono essere condivisibili da tutti e ciò porta la pellicola a risultare di difficile comprensione per i più. Nonostante tutto essa è molto interessante per gli spunti che fornisce, non solo in campo filosofico, ma anche in quello astronomico (mi riferisco alla scena nell'osservatorio); sebbene le stelle attorno a cui orbita K-pax, e che gli astrofisici tentano da anni di trovarne l'esatta posizione, non esistano nella realtà sottolineano comunque una continua ricerca di tutto quello che l'universo contiene e di come ogni suo elemento sia in stretto contatto con il resto per dare vita ad un unico organico. 
Infine il film è interessante anche per un altro motivo che non va assolutamente sottovalutato: il lato "umano". Prot assume al suo arrivo sulla Terra sembianze umane pur mantenendo le sua facoltà ed è l'unico che riesce a trovare un modo valido per entrare in contatto con i pazienti della clinica psichiatrica in cui si trova arrivando persino a curarli o a dargli il giusto impulso che li porterà, col tempo, sulla via della completa guarigione. Incarna perciò quello che dovrebbe essere lo spirito del bene, scarsamente seguito dagli uomini ( non a caso dice che in tempi passati Cristo e Buddha hanno cercato di farlo, ma non sono stati compresi dal resto della popolazione). 
Probabilmente l'unica cosa che si dovrebbe insegnare a Prot è come mangiare una banana, per il resto bisogna imparare da lui. Che funga da esempio perché solo guardando il film ci si fermi a pensare con un po' più di attenzione a cosa conta veramente; bisogna trovare l'"uccello azzurro".         
                                                                                                                                    4 e mezzo

giovedì 16 ottobre 2014

L'angelo del male. Renoir e il successo

Bon jour! Oggi vi presento un film di uno dei maggiori registi francesi di tutti i tempi: Jean Renoir. Figlio del celebre pittore impressionista Jean crea film tra gli anni '20 e '60 diventando uno dei pilastri per tutti i cineasti a venire, soprannominato da Rivette "Le patron". Il film in questione, tratto dal romanzo di Zola La bestia umana, ottiene già dalla prima proiezione un enorme successo. Si tratta de L'angelo del male del 1938.
Il protagonista è Jacques Lantier ferroviere che, a causa di alcune tare familiari, soffre di pulsioni violente e aggressive; l'unico posto in cui si sente veramente bene e al sicuro è sulla sua locomotiva, la Lisa come la chiama, insieme al compagno Pecquereux. Un giorno però mentre aspetta una riparazione incontra una giovane donna, Séverine, moglie del vicecapo della stazione di Havre e se ne innamora. Pur avvisato della gelosia del marito Roubaud (che ha da poco assassinato il precedente amante) decide di intraprendere una relazione con lei. La loro non è una storia felice; inizialmente si vedono di nascosto nei posti più bui della stazione ferroviaria per non rivelare a nessuno la realtà delle cose, poi però iniziano a non curarsi più del segreto e si mostrano apertamente, indifferenti alle reazioni di Roubaud. Il loro amore non è vero amore, i dubbi iniziano a sorgere in entrambi, dubitano della lealtà dell'altro e si lasciano influenzare dai rispettivi passati; ben presto il rancore prende il sopravvento portando a richieste folli. Séverine infatti propone a Lantier di uccidere il marito, presenza quanto mai ingombrante e pericolosa; Lantier pur provandoci non riesce però a compiere ciò che gli è stato chiesto e così viene lasciato.
Tuttavia in uno degli ultimi incontri con la donna scatta in lui un vecchio istinto violento che lo porta compiere due gesti estremi: il primo verso di lei e il secondo verso se stesso.
Fin da subito va precisata una cosa: il vero protagonista del film non è Lantier, bensì il treno, la locomotiva sulla quale ogni giorno l'uomo fa il tragitto Parigi-Le Havre e sulla quale si sente al sicuro. Da cosa lo si capisce? Semplice, dal fatto che Renoir apre e chiude il film con lei, che le scene focali si svolgono su di essa o hanno lei come sfondo.  E' lei che indica la direzione stessa della storia.
Lantier diventa un tutt'uno con la macchina (le dà persino un nome!) perché attraverso di essa riesce a esprimere i suoi veri sentimenti, a sentirsi libero di quelle tare che condizionano la sua vita fino a condurlo alla morte. Questa è una peculiarità tipica del regista: esprimere i personaggi piuttosto che mostrarli; essi non sono semplici marionette davanti ad una cinepresa. Renoir fa si che riescano, attraverso condizioni avverse, a dare a noi spettatori uno spaccato della realtà per come la vivono loro, percepiamo le loro idee (condivisibili o meno), i loro dolori o le gioie. Lo schermo che separa finzione e realtà viene così a mancare, il cinema stesso si fa realtà.
Un'altra caratteristica tipica dello stile di Renoir che emerge dal film è l'uso delle inquadrature lunghe. Anche in questo caso lo si può notare in apertura quando siamo "costretti" a seguire visivamente il tragitto fatto quotidianamente dal macchinista. Tutta la ripresa viene fatta sulla locomotiva in modo da creare una soggettiva: vediamo ciò che il protagonista vede e lo vediamo con gli occhi dello treno. Alberi, case, interi villaggi sono solo sagome confuse a cui sfrecciamo accanto con in sottofondo lo sferragliare metallico dei binari. Questo ci consente non solo di entrare fin da subito in sintonia con il protagonista, ma ci dà anche il ritmo di quella che sarà l'evoluzione della storia.
A volte sottovalutato e incompreso Renoir crea opere che sono invece la prova di un grande talento artistico; saranno però solo i fautori della Nouvelle Vague negli anni '60 a capirne a fondo l'importanza. 
                                                                                                                                    3 e mezzo 

mercoledì 1 ottobre 2014

In the mood for love: l'amore impossibile

Bon jour à tout le monde! Dopo una serie di film a tema musicale oggi vi vorrei parlare di qualcosa di più romantico, anche se triste... Tuttavia il film merita davvero di essere visto perciò ve lo propongo nella speranza che vi possa piacere. Si tratta di In the mood for love di Wong Kar-Wai.
Nella Hong Kong degli anni '60 si intrecciano le vite di un uomo e una donna; Chow Mowan e Su Lizhen si ritrovano ad essere vicini di casa per puro caso, sono entrambi sposati ma i rispettivi coniugi sono spesso assenti sia per lavoro sia sentimentalmente. Ben presto si scopre però che questi ultimi sono in realtà amanti da molto tempo. Pur ammettendo questo stato delle cose tra di loro i due protagonisti continuano a mantenere un rapporto di cordiale vicinanza, ma i frequenti incontri sotto casa, gli attimi rubati tra un saluto e l'altro e i lunghi periodi di solitudine fanno sì che alla fine si innamorino. Iniziano così a vedersi promettendosi che non faranno come i loro consorti... però non ce la fanno e si vedono di nascosto dagli altri, in locali isolati dove nessuno li conosce e qui parlano per ore arrivando addirittura a inscenare possibili discorsi con il rispettivo marito/moglie. 
Tutto questo però non fa altro che allontanarli sempre di più, creando vuoti che di incontro in incontro si fanno sempre più grandi; entrambi infatti sanno che il loro amore non potrà mai avere un esito positivo, non potrà mai rivelarsi apertamente al mondo intero.
L'opera di Kar-Wai, pur nell'estrema linearità della trama, mostra un crescendo per quando riguarda i sentimenti provati dai due protagonisti; essi aumentano piano piano, con delicatezza come a non voler turbare l'armonia della casa; la loro intensità si manifesta soprattutto interiormente creando un vero e proprio sconvolgimento emotivo che lascia entrambi i personaggi "spaesati". Non sanno come comportarsi, non vogliono ripercorrere la stessa strada dei loro compagni, soprattutto non vogliono essere giudicati dalla gente. Sono contornati da persone ancora ancorati ad una mentalità arcaica che si trova in contrapposizione con il clima che sta nascendo ad Hong Kong. Si sentono catturati in un vortice che non possono fermare e da cui non possono uscire, ma che tuttavia non porta a qualcosa di positivo. 
Non a caso il regista sceglie come sottofondo alla storia musiche (di Michael Galasso) malinconiche, tristi che si ripetono frequentemente nel corso della narrazione e che spesso prendono il sopravvento sulla parola; quest'ultima non è necessaria, non serve parlare per forza, i silenzi dicono molto di più. Anche la scelta della location è ponderata accuratamente; negli anni '60 infatti Hong Kong funge da rifugio/crocevia per tutti coloro che vogliono allontanarsi dal comunismo di Mao, evadere da una società conservativa (Shanghai) e guardare al futuro. Questo essere luogo di passaggio si riflette negli stessi protagonisti che non si sentono a proprio agio nella situazione in cui, loro malgrado, sono e lo si nota man mano che la storia va avanti; nel finale, a distanza di anni quando entrambi si sono allontanati dalla città e hanno fatto esperienze diverse, ritornano in quello che è stato il luogo del loro incontro e ripercorrono con gli occhi della memoria gli attimi passati. Hong Kong rimarrà sempre per loro il luogo di un amore malinconico.
Wong Kar-Wai racconta una storia d'amore malinconica, triste in cui però tanti si possono rispecchiare; chi non ha mai provato sentimenti che, per un motivo o per l'altro, erano destinati a non avere un lieto fine? 
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